All’elenco di cui sopra aggiungere anche La Gazzetta dello Sport (ovviamente senza citazione d. Trad.)
Credits #2
1 07 2009Commenti : 4 Commenti »
Tag: gazzetta dello sport, rifugiati football club, warren st. john
Categorie : Autopromozione, Librismo, Traduzioni
Credits
30 06 2009Non lo dico per rivendicare chissà quale autorialità – dal momento che la mia piccola gratificazione me la sono presa con i ringraziamenti pubblici dell’autore e una bella chiacchierata con lui dopo la presentazione di giovedì scorso – ma piuttosto per dare uno straccio di contributo al dibattito su “la visibilità del traduttore” (vedi per es. qui e qui): ho sottomano una rassegna stampa parziale di “Rifugiati Football Club“, accolto parecchio bene, e tra articoli e recensioni, otto testate (Venerdì di Repubblica, Vanity Fair, L’Uomo Vogue, Avvenire, Famiglia Cristiana, Il Giorno, TuttoMilano) non fanno il nome del traduttore*, uno (La Stampa) sì. Non so se nel frattempo siano usciti altri articoli ma suppongo che il trend rimanga questo.
* Questo non perché brami di vedere il mio nome e cognome sui giornali, ma perché scrivere che il libro è stato tradotto da qualcuno magari può diffondere l’idea che i libri stranieri non si traducono da sé e che ci sta dietro il famoso/famigerato Lavoro Editoriale che inizia dal traduttore e passa per le mani di una redazione intera, prima che quelle duecentocinquanta pagine arrivino in libreria.
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Tag: luca fusari, neri pozza, rassegna stampa, recensioni, rifugiati football club, traduzione, warren st. john
Categorie : Autopromozione, Fastidio, Librismo, Traduzioni
E il terzo classificato è…
28 06 2009Ovviamente la sua morte è stata oscurata da quelle di Farrah Fawcett e – soprattutto – di Michael J, ma mentre tutti parlano di loro, noialtri fanatici del garage e della psichedelia e delle musiche da spostati degli anni Sessanta non possiamo non rivolgere almeno un pensiero a Sky Saxon, voce e cardine dei dei Seeds, che con due dischi due (il Primo Omonimo e A Web of Sound) incisero nel marmo a memoria delle future generazioni l’ABC del garage psichedelico, ovvero canzoni brevi, ripetitive (il modello prevalente è quello dei due-accordi-due alla You Really Got Me, che portato all’estremo ha saputo creare perle assolute tipo Just Let Go che è i Can prima dei Can), sozze di fuzz e interpretate quasi sempre sopra le righe. Era un pezzo grosso, non un caschetto qualsiasi, e a noi piace ricordarlo così:
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Tag: a web of sound, seeds, sky saxon
Categorie : Musica
Pontiak, Arbouretum, il metodo empirico.
25 06 2009
Ormai le scoperte le faccio in maniera totalmente empirica e imprevista. Tempo fa mi capita di leggere questo articolo, su uno dei blog che seguo abitualmente e che ormai fanno le veci dei Giornali di Musica che una volta compravo in edicola. Scatta la curiosità, recupero il disco in questione e dico: Ha ragione, i Pontiak sono davvero parecchio bravi, e pure io chioso: Vedremo appena arriva il seguito.
Poi, sempre sulla strada del “curioso tra le notizie e/o i dischi delle conoscenze di cui mi fido”, ovvero spulcio nel loro share o sulla loro pagina di rateyourmusic (questa è la mia, per esempio), vengo a sapere che il seguito di “Sun on Sun” è uscito, si intitola “Maker” e ne è degno erede. Leggi il seguito di questo post »
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Tag: arbouretum, Comets on Fire, kale, maker, pontiak, rateyourmusic, recensione, rites of uncovering, songs of the pearl
Categorie : Musica
Non un incipit, ma una citazione sì
12 06 2009
A differenza del basket, del baseball o del football, giochi che ripartono da zero dopo ogni azione, il calcio si sviluppa in maniera fluida e continua. Per capire com’è stato segnato un gol devi ripercorrere l’azione all’indietro, lungo la sequenza di passaggi e decisioni, seguire il movimento dei giocatori che si allontanano dall’azione per riapparire a sorpresa in uno spazio vuoto a creare o sprecare opportunità, fino al primo tocco. Se a segnare è stato un giovane profugo liberiano, e l’assist è venuto da un ragazzo del Sudan meridionale in collaborazione con un giocatore del Burundi o un curdo iracheno – su un campo da gioco della Georgia, Stati Uniti d’America, nientemeno – capirne le origini significa seguire il rapporto di causalità all’indietro nel tempo ben oltre il fischio d’inizio.
Warren St. John ha scritto un libro sui tifosi di football universitario americano. Poi ha iniziato a seguire le vicende dei Fugees, una squadra di calcio giovanile formata da ragazzini di tutto il mondo sbattuti negli Stati Uniti da guerre, carestie, colpi di stato e simili, e allenata da una donna. Il libro è uscito poco tempo fa in America e fra qualche giorno, veloce come il vento, ne comparirà anche la versione italiana, tradotta dal sottoscritto. Warren St. John presenterà “Rifugiati Football Club” il 25 giugno alla Feltrinelli di Corso Buenos Aires a Milano. Altre info qui.
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Tag: traduzione, neri pozza, luca fusari, rifugiati football club, warren st. john
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Let It Be
1 06 2009
Paul cerca di convincere John, George e Ringo che i contratti vanno onorati e che essere Beatles, tutto sommato, è ancora una bella cosa. George non lo sopporta più, Ringo non sa neanche dove sta di casa, John ha Yoko e tanto gli basta. Paul riesce a insegnare qualche sua nuova canzone ai compari, che a loro volta ricambiano con altri pezzi decenti (John) o bruttini (George, che tiene il meglio nel cassetto) o orridi (Ringo). La faccenda si trascina stanca finché qualcuno non decide di organizzare un concerto sul tetto, e di giustificare così ore di riprese noiose e imbarazzanti con la mezz’oretta che finisce dritta dritta nei libri di mitologia beatlesiana – e di storia della mitografia pop.
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Tag: beatles, film, let it be
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Julian Cope – The Unruly Imagination
27 05 2009
Ah, Julian H. Cope. E pensare che soltanto quattro anni fa la sua maschera preferita era quella della nazi bitch immersa in un immaginario glam-metal-elettrico, vedi il parossistico Dark Orgasm pubblicato, appunto nel 2005. Da quel punto in poi il bivio, il metallo (o la pietra, quella dei dolmen o delle tombe di giganti) riservato ai Brain Donor (un disco recensito qui, un’altro uscito poco tempo fa su cui vorrei prima o poi soffermarmi), il parossismo elettrico trasformato in parossismo acustico: e allora via con Black Sheep, il disco e poi i Black Sheep, anzi il collettivo Black Sheep, un’accolita di bikers senza moto che viaggiano per l’Inghilterra armati di chitarre acustiche e percussioni, e predicano anarchia e rivoluzione.
Mediamente, quando ne parlo con i non-avvertiti, la reazione è: “È pazzo, ne ha prese troppe”. Invece io continuo a credere (e tutto sommato è l’unico motivo per cui ancora lo ammiro e lo seguo), che Cope sia lucidissimo nel tentativo di portare all’estremo, come frontman/performer/artista/autore, la divaricazione fra maschera e persona.
In soldoni: alla base di ciò che Julian Cope fa e predica ci sono presupposti magari non condivisibili ma forti (no alla religione organizzata e di contro indagine su ciò che c’era prima di essa, vedi la pietra di cui sopra, sì alla libertà di essere ciò che si desidera, sì alla condivisione del e nel rock come momento dionisiaco/sciamanico e via dicendo): è il modo di esprimerli che li fa sembrare bizzarri o scontati, e che apre un baratro fra ciò che Cope pensa e come lo manifesta. Il che si concretizza con la massima forzatura possibile del ruolo del frontman nel rock, che si fa carico di tutte le esagerazioni e gli eccessi che il pubblico vorrebbe ma non può sperimentare, e al pubblico li ridà in pasto, immolandosi talvolta alla causa.
Tutto questo per dire che l’ultimo parto di Cope, “The Unruly Imagination”, raccolta di materiale sparso fra Ep a tiratura limitata e sessioni inedite del collettivo, non sembra proprio la classica pisciata fuori dal vaso: okay, si parla di preaching revolution e di leveller e diggers e ranters, si cerca di fare del folk di protesta epurandolo di qualsiasi dolcezza e mollezza, ma c’è del metodo in questa follia: il disco nasce come “programma audio” di un evento (mi è scappato un calco perdonatemi) commissionato a Julian dall’Università di Manchester, quindi c’è tanto di cornice istituzionale; l’impianto sonoro, come si è detto, è fatto di chitarre acustiche, ma anche inacidito dai mellotron e dal sarcasmo e dagli asides del nostro (mi è scappato un anglicismo), insomma la falsariga è la stessa del già citato Black Sheep, ma con dietro un’urgenza e una convinzione (di nuovo: c’è del metodo) che, se non a indottrinare, riescono perlomeno a intrattenere.
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Tag: julian cope, recensione, the unruly imagination
Categorie : Musica