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4 07 2008Qui (e a seguire, nello stesso blog) la prima parte di una bella retrospettiva sugli Spacemen 3. Ne vale la pena.
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Tag: Sniffin' Glucose, Spacemen 3
Categorie : Musica
Qui (e a seguire, nello stesso blog) la prima parte di una bella retrospettiva sugli Spacemen 3. Ne vale la pena.
A Lodi è raro trovare una festa all’aperto: 1) non infestata dalle zanzare e dai gruppi reggae; 2) che serva birra bevibile per non dire buona; 3) ben organizzata e con un programma musicale di qualità.
Ecco, ieri sera (ma anche nelle serate precedenti) è accaduto il miracolo al Wellington Festival, nella stessa zona del lungoadda in cui di solito si tiene la Festa dell’Umidità. Però: c’erano poche zanzare, c’era tanta gente, suonavano i Dirtbombs.
(Mi perdonino i Los Fuocos se non parlo della loro performance, ma siamo arrivati tardi).
Bel concerto, qualche momento ottimo, qualcuno moscio (i pezzi nuovi, l’ultimo disco, “We Have You Surrounded”, continua a sembrarmi una mollaccionata), e l’impressione, anzi la certezza, che senza la stazza, il carisma e la voce di Mick Collins la barca sarebbe andata a fondo: tutto sommato la band gira bene ma non fa impazzire, malgrado due batteristi e due bassisti (anzi, basso e chitarra baritono). Non so se fosse colpa del poco tiro dei musicisti o dell’impianto troppo grosso e fedele per restituire un po’ di sporcizia, ma tant’è: i Dirtbombs sono Mick, e se gli si rompe una corda (ieri sera due) o si stacca la tracolla della chitarra (una) si rischia la crisi. Viceversa, “con quella voce può cantare ciò che vuole”, anche “Need You Tonight” degli INXS, trasformandola in un pezzo rock-soul niente male.
Ma poi che mi lamento a fare, era a Lodi ed era gratis. E la birra era pure buona. Bene così.
“Renegade: The Lifes and Times of Mark E. Smith” è esattamente ciò che ci si può aspettare dal personaggio, che elargisce qualche aneddoto divertente e una manciata di retroscena sulla storia dei Fall, partendo dal presupposto che il resto del mondo è fatto di stronzi che non capiscono lui, la sua indole e il suo modo di rapportarsi allo showbusiness, fatto di concretezza, cinismo e una dozzina di pinte in compagnia degli amici veri, quelli a cui dei Fall fondamentalmente non frega nulla.
Mi illudevo che potesse essere qualcosa di più acuto e letterario, alla maniera dell’autobiografia di Cope, invece a parte poche parentesi davvero spassose (parallelismi fra musica e calcio, biografie in breve dei membri più rilevanti dei Fall) sembra che Smith avesse bisogno di togliersi qualche sassolino dalla scarpa - e magari intascare qualche soldo dalla vendita del libro, visto che a giudicare dalla sua storia il caro Mark non sembra il massimo, come risparmiatore e amministratore di se stesso.
Sull’argomento continuo a preferire “The Fall” scritto da Mick Middles in collaborazione con M.E.S. e dato alle stampe pochi anni fa - molto più confuso e criptico rispetto a questa sedicente autobiografia, ma proprio per questo più godibile (e più somigliante a un disco dei Fall, per dire).
Quando dico che mi piacerebbe sapere qualcosa in più di urbanistica è perché a naso progetti come questo mi sembrano aria fritta: qualche cerchio con il pennarello sulla cartina per descrivere la rinascita dei quartieri, la città policentrica, verde e biciclette ovunque, Milano come Amsterdam. E poi certi paragrafi in burocratese, come:
La rete infrastrutturale chiama alla connessione delle diverse parti di città attraverso sistemi misti di trasporto pubblico e privato tra loro integrati, diversificati e più efficaci.
Le trasformazioni urbane rappresentano così la possibilità di ripensare il sistema infrastrutturale nel suo complesso.
Come se Milano fosse fatta di Lego e la si potesse smontare e ricostruire a piacimento. (Ci hanno già provato, al mare, ed è saltata fuori Genova).
Ovvero, l’idea impraticabile di un reality-show per traduttori.
…soltanto per segnalare questo notevole articolo di Giuseppe Genna sul “caso Emanuela Orlandi” e sul farsesco-tragico dei misteri italiani.
Personalmente sono un po’ stufo di non avere più notizie dei Comets on Fire, ufficialmente “in pausa”. Gli Howlin’ Rain di Ethan Miller hanno pubblicato tempo fa un album, “Magnificent Fiend”, mediocre come il primo omonimo. Brutto brutto no, eh, ma si vede che, autorelegatosi ad autore e cantante e soprattutto lontano dalla sua dolce metà chitarristica Ben Chasny (che nel frattempo se la spassa con i suoi Six Organs of Admittance), Miller non dà il meglio e si dibatte fra cliché che nessun fuzz riesce a rivitalizzare.
Quindi mi sollazzo con il primo omonimo Ep dei Crystal Antlers, da Long Beach, California. Non ricordo bene a chi li paragonino certe altre recensioni (fra le quali un clamoroso 8 abbondante di Pitchfork, che spesso consiglia stronzate ma in questo caso ci ha beccato), ma a me ricordano un sacco i Comets di “Blue Cathedral”, quelli che andavano verso pezzi più strutturati senza abbandonare la trasandatezza sonora, com’è avvenuto l’altr’anno con “Avatar”. Anzi, direi che sono quasi uguali, se non che il cantante è peggio di Miller e che l’echoplex non la fa da padrone come in “Fields Recordings from the Sun”, per citarne uno. Tuttavia l’energia è quella, i crash vorticosi ci sono, la frenesia ignorante psichedelica pure. Per ora è abbastanza.