Finito ieri di leggere Paesaggi sonori. Lo strillo di copertina lo presenta come “la prima analisi interdisciplinare che privilegia il senso dell’udito a quello della vista, grazie alla quale impareremo ad ascoltare il mondo che lo circonda”. E tutto sommato è così, anche se il tono di certi saggi è troppo accademico o l’argomento specialistico – in fondo si tratta di sociologia, antropologia e cultural studies, mica “i 100 dischi che hanno fondato il rock”. Diffidate se pensate che si parli soltanto di musica (interessanti un paio di indagini: influenza dell’ascolto in cuffia sull’organizzazione dello spazio, “dominanza sonora” nei soundsystem reggae; per il resto, si passa con disinvoltura dalla storia dello stetoscopio alla fenomenologia dello scampanio al significato profondo dei pow wow degli indiani d’America), approfondite se pensate che il povero orecchio non goda del rispetto che tutti gli dobbiamo, come strumento disvelatore del mondo.