Moccia invece è vivo e vegeto

Ballard era uno dei redattori del Libro dell’Apocalisse, la dissoluzione finale. Sfogliava pubblicazioni tecniche, ne adattava il vocabolario. [...] A partire da documenti apparentemente innocenti come il dépliant della Siebel forgiava la terminologia di una poetica sinistra. Ecco dov’era alloggiato il virus: nella più blanda delle forme, nello slogan, nel volantino, nel lancio pubblicitario. [...] William Burroughs, una delle influenze più importanti per Ballard, lo aveva ripetuto per anni: leggete i resoconti finanziari della IBM, incrociateli con un libro di viaggio di Graham Greene, un paragrafo rapsodico di Conrad, un’istantanea daTangeri. [...]
Ballard si stabilì a Shepperton negli anni Sessanta. Il mondo sommerso. Non fu mai un esilio. Lo status di esule si raggiunge soltanto quando si desidera essere altrove, quando si riconosce il potere di un centro. Per Ballard il trasloco dall’ovest londinese fu un avvitamento verso le colonie, verso i residence deserti dei suoi racconti, non una deportazione. La metropoli, per quel che gli importa, può anche affondare nella palude. Gli edifici sono vecchi e sporchi, per nulla interessanti, e la mobilia è squallida. [...]
La narrativa di Ballard, che riprende e rielabora le proprie strutture, non è profetica nel modo in cui l’avrebbero intesa H.G. Wells o George Griffith. Il tono è fattuale. Episodi apparentemente straordinari o illogici si possono ricondurre a immagini di libri d’arte, ritagli di giornale, programmi televisivi notturmi: il giornalismo di settore e gli slogan pubblicitari, con le loro lusinghe all’indicativo presente, passati al microonde diventano funesti. Liberano i demoni. [...]
Ballard,quando lo intervistai a Sheperd’s Bush, mi parlò di un malessere sociale, la morte degli affetti. «Anziché temere l’alienazione» disse, «la gente dovrebbe accettarla. Forse è la chiave per accedere a qualcosa di più interessante. Ecco il messaggio della mia narrativa. Dobbiamo esplorare l’alienazione totale e scoprire cosa nasconde. Il modulo segreto che puntella ciò che siamo e i rifacimenti fantasiosi di noi stessi che noi stessi accettiamo».

(Iain Sinclair, London Orbital)

Nuvola di London Orbital

“Nella terra di nessuno”

Questo il titolo della recensione di “London Orbital” scritta da Veronica Raimo sul numero di maggio di “Rolling Stone” (sì, “Rolling Stone”, non “Pulp”).

Eccola:

La storia è accessibile in vari modi e uno di questi (secondo Iain Sinclair, autore di London Orbital) è camminare. A metà tra un flâneur a spasso tra le zone residenziali della città e un apologeta di topografia emotiva, Sinclair ci racconta il suo viaggio a piedi lungo il percorso autostradale della M25, il cordone d’asfalto che cinge la città di Londra, fino a stritolarla, come una sorta di laccio emostatico legato troppo stretto. Quello che si annida oltre la metropoli inglese è una storia sotterranea fatta di distruzione, opportunismo, tecnologia invasiva, architettura riconvertita e omologata, memoria putrefatta e sistematica trasformazione dell’utopia sociale nelle singole “visioni corrotte” della nuova classe politica laburista, “vecchi conservatori con cravatte alla moda”.
La M25 confonde gli scenari, trasforma la contemplazione romantica del paesaggio in una morsa di noia ossessiva, la strada procede in una follia di circolarità perpetua che annienta il passato e rende il futuro non impossibile ma “già esaurito”, impedisce ogni forma di familiarità e riconoscimento, trasfigura il mito di un on the road americano in un mite sogno burocratico. Se la città deve essere una forma di resistenza alla barbarie, quella di London Orbital è un luogo che si avvicina lentamente verso la distopia profetizzata in due libri fondamentali per Sinclair: La guerra dei mondi di H.G. Wells (invasione di paranoia, cultura transcientifica, tecnologia che rende impotenti i cittadini, incompetenza politica) e Dracula di Bram Stoker (epidemia come virus a trasmissione sessuale, equazione sangue/petrolio, speculazione edilizia, conservazione attraverso la proprietà immobiliare). Sembra che il sanguinario conte della Transilvania abbia avuto un’intuizione geniale: si sceglie la sua dimora londinese a Purfleet, vicino al Tamigi, il luogo ideale per effettuare le sue spedizioni a Varna, progettando un futuro di stoccaggio e distribuzione. Fosse resistito qualche altro anno avrebbe visto il ponte sul fiume e un’autostrada circolare intorno a Londra. Stoker predisse la M25, “il fiato fetido del conte scaldava il collo alla Thatcher durante il taglio del nastro” inaugurale e decretava l’entrata della città nel regno dei non-morti.

Pure

Scoperto qualche giorno fa che su “Rolling Stone” di aprile (copertina: Keith e Mick passano il testimone del rock a Jack White) è comparsa una recensione – bella – di London Orbital scritta da Veronica Raimo.

London Orbital

London Orbital

Lunedì 21 aprile, all’interno del ciclo “Docucity – Documentare la città”, verrà proiettato il lungometraggio London Orbital, di Iain Sinclair e Chris Petit (UK, 2002). La proiezione sarà introdotta dalla prof. N. Vallorani, curatrice dell’omonimo volume scritto da Iain Sinclair e tradotto dal sottoscritto. L’orario: 12.30, il luogo l’aula T9 del Polo di mediazione culturale e comunicazione dell’Università Statale di Milano, in Piazza Indro Montanelli 1, Sesto San Giovanni.