LF on St John

Note di lettura su “Rifugiati Football Club”, a cura del sottoscritto, su Le reti di Dedalus, la rivista letteraria del Sindacato Nazionale Scrittori.

LF on RSI

Nel senso che oggi attorno alle 17.00 il sottoscritto interverrà durante la tramissione “Finestra Aperta” di Retedue, Radiotelevisione Svizzera Italiana, per parlare di “Rifugiati Football Club”. Per ascoltare la diretta, dirigetevi qui e cliccate su “ascolta la radio”.

Credits

Non lo dico per rivendicare chissà quale autorialità – dal momento che la mia piccola gratificazione me la sono presa con i ringraziamenti pubblici dell’autore e una bella chiacchierata con lui dopo la presentazione di giovedì scorso – ma piuttosto per dare uno straccio di contributo al dibattito su “la visibilità del traduttore”  (vedi per es. qui e qui): ho sottomano una rassegna stampa parziale di “Rifugiati Football Club“, accolto parecchio bene, e tra articoli e recensioni, otto testate (Venerdì di Repubblica, Vanity Fair, L’Uomo Vogue, Avvenire, Famiglia Cristiana, Il Giorno, TuttoMilano) non fanno il nome del traduttore*, uno  (La Stampa) sì. Non so se nel frattempo siano usciti altri articoli ma suppongo che il trend rimanga questo.

* Questo non perché brami di vedere il mio nome e cognome sui giornali, ma perché scrivere che il libro è stato tradotto da qualcuno magari può diffondere l’idea che i libri stranieri non si traducono da sé e che ci sta dietro il famoso/famigerato Lavoro Editoriale che inizia dal traduttore e passa per le mani di una redazione intera, prima che quelle duecentocinquanta pagine arrivino in libreria.

Non un incipit, ma una citazione sì

rifugiatiA differenza del basket, del baseball o del football, giochi che ripartono da zero dopo ogni azione, il calcio si sviluppa in maniera fluida e continua. Per capire com’è stato segnato un gol devi ripercorrere l’azione all’indietro, lungo la sequenza di passaggi e decisioni, seguire il movimento dei giocatori che si allontanano dall’azione per riapparire a sorpresa in uno spazio vuoto a creare o sprecare opportunità, fino al primo tocco. Se a segnare è stato un giovane profugo liberiano, e l’assist è venuto da un ragazzo del Sudan meridionale in collaborazione con un giocatore del Burundi o un curdo iracheno – su un campo da gioco della Georgia, Stati Uniti d’America, nientemeno – capirne le origini significa seguire il rapporto di causalità all’indietro nel tempo ben oltre il fischio d’inizio.

Warren St. John ha scritto un libro sui tifosi di football universitario americano. Poi ha iniziato a seguire le vicende dei Fugees, una squadra di calcio giovanile formata da ragazzini di tutto il mondo sbattuti negli Stati Uniti da guerre, carestie, colpi di stato e simili, e allenata da una donna. Il libro è uscito poco tempo fa in America e fra qualche giorno, veloce come il vento, ne comparirà anche la versione italiana, tradotta dal sottoscritto. Warren St. John presenterà “Rifugiati Football Club” il 25 giugno alla Feltrinelli di Corso Buenos Aires a Milano. Altre info qui.

Un incipit (#2)

wilberforceScesi dal taxi troppo in fretta. Dondolai sui talloni per rallentare e capii che il modo migliore per restare in equilibrio era appoggiarmi alla fiancata dell’auto e guardare verso l’alto. Il cielo era compatto e nero, qualche stella brillava ma non riuscivo a scorgerne quante ne vedevo un tempo. Alzato lo sguardo, fu difficile riabbassarlo.
«Si sente bene, capo?» domandò il tassista. Uno più giovane probabilmente mi avrebbe insultato vedendomi sbracato sulla sua fiancata. Quest’uomo, invece, veniva da un’epoca in cui ai tassisti si dava del tu, e i passeggeri erano sempre
“capo” o “dottore”.
Difficile trovare la risposta. Stavo bene? Domanda molto arguta. Meglio riflettere, prima di rispondere. Meditai sulla
domanda con lo sguardo perso fra le stelle.
«Fanno quindici sterline, capo» disse.
Mi resi conto che non ero riuscito a rispondergli. Sfilai qualche banconota dalla mazzetta che tenevo chiusa nel fermasoldi e lo pagai. Non ricordo quanto, ma sembrava soddisfatto.
«Dio la benedica, capo» disse mentre ripartiva.
Dondolai di nuovo sui talloni. Che sensazione piacevole. Studiai un altro scorcio di cielo notturno mentre ritrovavo l’equilibrio, e uno scorcio di facciata del ristorante mentre oscillavo sulla punta dei piedi. Un’insegna piccola e discreta annunciava:
Les Tripes de Normandie. Era un ristorante di grande successo, così avevo sentito dire. Non ci ero mai stato. Non mi piaceva andare più di una volta nello stesso ristorante: magari gli concedevo giusto una replica se era davvero molto valido. In quel periodo sembrava che bissare un pranzo o una cena nello stesso locale mi provocasse sempre qualche problema. L’insegna mi piaceva. Il carattere utilizzato probabilmente era Arial, e l’illuminazione sagace: la scritta era composta da tubi al neon color bianco sporco, quasi crema, e lo sfondo era di marmo nero e lucido.

(Paul Torday, L’irresistibile eredità di Wilberforce, Elliot Edizioni, trad. di Luca Fusari cioè il sottoscritto, se ne parla qui e qui).

Il famoso quarto d’ora

Si parla di visibilità del traduttore, di Twilight, di fan scatenate, di invisibilità e celebrità, con un intervento del sottoscritto: qui.