Dischi, dal vivo

Ovvero: visti i Buzzcocks, venerdì sera a Milano. Più che saggia la scelta di mettere due ragazzotti al basso e alla batteria, a garantire velocità e potenza ai pezzi. Meno condivisibile la scaletta, che ha visto l’esecuzione completa di “Another Music in a Different Kitchern” e “Love Bites”, più singoli annessi e connessi. Personalmente era la prima volta che assistevo a un concerto modello “L’Artista esegue il suo/i suoi Album più Celebri” e devo dire che la trovo una scelta ambigua: da una parte rassicura (sì, faranno DI SICURO Fast Cars o Sixteen Again), dall’altra azzera qualsiasi effetto-sorpresa nella scaletta (uh, hanno finito Real World, adesso parte DI SICURO Ever Fallen in Love). Altro effetto collaterale tremendo, la durata totale del concerto: saranno anche canzonette pop-punk, ma un concerto così non può durare un’ora e tre quarti (in generale un concerto che duri più di un’ora e un quarto rischia di essere noioso), peggio ancora in un calderone bollente e sudato com’era il Musicdrome venerdì sera.

Nota di colore, la compresenza, sotto lo stesso tetto e per lo stesso motivo, di pressoché tutte le sottoculture giovanili nate dal 1979 a oggi, in un tripudio di abbigliamenti e pettinature diverse.

(la qualità del video non è granché ma rende)

Wire – Revivalismo 2-0

dal nostro inviato Bruno Longhi

Rotonda vittoria dei britannici sul Revivalismo, laddove una battuta d’arresto  avrebbe rischiato di compromettere la corsa dei quattro verso il titolo di Cinquantenni più Ganzi del momento: i timori del prepartita, che paventavano la riscossa del postpunk d’accatto che tanto piace ai giovani, sono stati cancellati da una prestazione fatta di concretezza e gestione della partita nei momenti più difficili. Unico neo i pochi gol segnati a fronte di una mole di gioco notevole. Da segnalare l’ottima intesa Newman / Fiedler sul fronte chitarristico, con suoni che presi di per sé sfiorerebbero il ribrezzo (il chorus continuo di Newman non si può sentire) ma che nell’impasto sonoro complessivo fanno un figurone. Non solidissima ma esperta e lucida la coppia difensiva Lewis/Grey. Ma veniamo alle pagelle.

Robert Grey aka Gotobed: dimentichi un attimo che è grigio e pelato, e in controluce ti sembra di vedere lo stesso spaventapasseri di Wire on the Box. Sopperisce al calo fisico con carisma, esperienza e senso della posizione.

Margaret Fiedler: non fa rimpiangere Bruce Gilbert, e se non è abbastanza questo ditemi voi.

Colin Newman (foto): a cinquant’anni vorrei essere così, magari con un filo di pancia in meno. C’è dentro fino al midollo e basta vedere come si agita e con quale entusiasmo cerca e ottiene l’1-0 per capire che il Revivalismo ha le ore contate.

Graham Lewis (foto): Newman sarà anche il centravanti, ma il vero cervello della squadra è lui. Sprizza carisma da tutti i pori, tiene in piedi il gruppo con frequenze ultrabasse titaniche e con la voce, quella voce anzi quel vocione, si toglie lo sfizio di segnare il 2-0 a inizio secondo tempo e sfodera una prestazione maiuscola, tanto che gli si perdona anche l’errore venale di sbagliare come un novellino il ritornello di “One of Us”.

Nel complesso la notizia più confortante è che gli Wire sono saliti sul palco a suonare quello che fanno adesso, con poche concessioni al passato e quasi nessuna strizzata d’occhio ai sostenitori del Revival.

Domani a Milano

Alle ore 18.00 presso lo Spazio Scopricoop di via Arona 15 (1° piano) si parla del Mestiere di Riflettere. Interverranno il sottoscritto e Denise Silvestri. Se avete intenzione di lanciare uova avvertiteci con un minimo anticipo che lasciamo a casa il vestito della domenica.

Sic Alps, Ciboh, Milano

Bel concerto, loro sono esattamente come si vede nei filmatini: due ometti che suonano chitarra e batteria, e in mezzo un totem di casse, testata e mixer da cui escono pressoché tutti i suoni che producono, come una sorta di busker scalcinati elettrici d’epoca Ken il guerriero. Le canzoni sono quelle dell’ultimo disco, più poco altro e – vero momento da pelle d’oca, per quanto mi riguarda – una cover di “Come Down Easy” degli Spacemen 3. Protagonisti indiscussi della serata, comunque, il gelato salato vegetariano (non ricordo bene gli ingredienti, a parte i broccoli) che non ho osato assaggiare, e la grandissima Paola Maugeri che se ne va dopo quattro brani salutando i Sic Alps con un “You should speak your Italian, Marrrrk”, che tradotto suona più o meno come “ehi, bella lì, sono la Maugeri, parlo un inglese fichissimo, conosco i musicisti e sto uscendo da questo locale”: impagabile.

La traversata di Milano

Camminando scopriremo che anche Milano, libera dai luoghi comuni e dalla fretta che la soffocano, ci dice molto sul tempo che viviamo, sugli uomini che siamo.

Così il risvolto di copertina de “La traversata di Milano” di Maurizio Cucchi (Consulente letterario, pubblicista, traduttore, poeta, scrittore – sempre dal risvolto), che ho divorato in qualche giorno e che ha mantenuto soltanto in parte le promesse: scritto molto bene, denso di riferimenti alle grandi voci della poesia e della narrativa milanese, potenzialmente utile come guida al ritrovamento di una Milano nascosta, ma forse troppo orientato sul passato e su ciò che Milano è stata anziché su cio che è o potrebbe essere. Ci sono i borghi periferici assorbiti nel tessuto urbano, ci sono le tracce di campagna nella carne della città, ci sono le chiese che non ti aspetti e i santuari letterari di cui nessuno si ricorda, e va benissimo. Si avverte però anche una sorta di scissione fra la flânerie del narratore, che raccoglie e ordina elementi del passato, e il moto inarrestabile di una città, quella contemporanea e futura, che sta da un’altra parte e appare solo di sfuggita, spesso solo per dire “oggi qui ci si trova questo, un tempo c’era quell’altro”.

Ma ribadisco: la scrittura è impeccabile, la commistione di geografia e suggestioni letterarie salutare, il libro vale la pena di essere letto, ma mi piacerebbe trovare resoconti psicogeografici milanesi più coraggiosi e spregiudicati.

La traversata di Milano è edito da Mondadori e costa 17 euro.

La gente deve tornare in strada

Quando dico che mi piacerebbe sapere qualcosa in più di urbanistica è perché a naso progetti come questo mi sembrano aria fritta: qualche cerchio con il pennarello sulla cartina per descrivere la rinascita dei quartieri, la città policentrica, verde e biciclette ovunque, Milano come Amsterdam. E poi certi paragrafi in burocratese, come:

La rete infrastrutturale chiama alla connessione delle diverse parti di città attraverso sistemi misti di trasporto pubblico e privato tra loro integrati, diversificati e più efficaci.
Le trasformazioni urbane rappresentano così la possibilità di ripensare il sistema infrastrutturale nel suo complesso.

Come se Milano fosse fatta di Lego e la si potesse smontare e ricostruire a piacimento. (Ci hanno già provato, al mare, ed è saltata fuori Genova).

Old Time Relijun – Magnolia, Milano, 8/5/08

Ci sanno ancora fare, la nuova batterista fa sempre le solite tre-quattro cose ma le fa bene, l’elemento aggiunto (Benjamin, fratello del grandioso contrabbassista Aaron Hartman) riempie a dovere e consente a Arrington de Dionyso di concentrarsi su chitarra, cantato e occhiatacce estatiche verso il pubblico – le cose che gli riescono meglio, per quanto mi riguarda, più delle varie pippe e pernacchiette con clarinetto, scacciapensieri eccetera.

Versione di “Cold Water” fra le cose più potenti ed emozionanti ascoltate di recente. Anzi, era parecchio che un concerto non mi coinvolgeva così.

Molto bravi anche gli AIDS Wolf che hanno aperto: come suggerisce l’amico L.D.B:, “sembravano gli US Maple suonati a 78 giri e ancora più stronzi”. Peccato per la cantante, solita urlatrice no-wave che dà soltanto fastidio; il gruppo (chitarra, chitarra – baritono? – e batteria violenta) ci sa fare e in venti minuti viene, vede e vince.

Prossimo taglio di capelli: tutti corti con ciuffo lunghissimo da una parte.

Oggi gita a Torino per questa e questa conferenza.