Non lo dico per rivendicare chissà quale autorialità – dal momento che la mia piccola gratificazione me la sono presa con i ringraziamenti pubblici dell’autore e una bella chiacchierata con lui dopo la presentazione di giovedì scorso – ma piuttosto per dare uno straccio di contributo al dibattito su “la visibilità del traduttore” (vedi per es. qui e qui): ho sottomano una rassegna stampa parziale di “Rifugiati Football Club“, accolto parecchio bene, e tra articoli e recensioni, otto testate (Venerdì di Repubblica, Vanity Fair, L’Uomo Vogue, Avvenire, Famiglia Cristiana, Il Giorno, TuttoMilano) non fanno il nome del traduttore*, uno (La Stampa) sì. Non so se nel frattempo siano usciti altri articoli ma suppongo che il trend rimanga questo.
* Questo non perché brami di vedere il mio nome e cognome sui giornali, ma perché scrivere che il libro è stato tradotto da qualcuno magari può diffondere l’idea che i libri stranieri non si traducono da sé e che ci sta dietro il famoso/famigerato Lavoro Editoriale che inizia dal traduttore e passa per le mani di una redazione intera, prima che quelle duecentocinquanta pagine arrivino in libreria.

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A differenza del basket, del baseball o del football, giochi che ripartono da zero dopo ogni azione, il calcio si sviluppa in maniera fluida e continua. Per capire com’è stato segnato un gol devi ripercorrere l’azione all’indietro, lungo la sequenza di passaggi e decisioni, seguire il movimento dei giocatori che si allontanano dall’azione per riapparire a sorpresa in uno spazio vuoto a creare o sprecare opportunità, fino al primo tocco. Se a segnare è stato un giovane profugo liberiano, e l’assist è venuto da un ragazzo del Sudan meridionale in collaborazione con un giocatore del Burundi o un curdo iracheno – su un campo da gioco della Georgia, Stati Uniti d’America, nientemeno – capirne le origini significa seguire il rapporto di causalità all’indietro nel tempo ben oltre il fischio d’inizio.
Di solito cerco di non litigare con i vicini, ma il mio atrio è sbarrato da questa ragazza che si martella la testa. Con le scarpe. Potrei girare i tacchi, riprendere l’ascensore, tornare giú in guardiola e avvertire il portiere. Peccato che Omar sappia che sono uno sbirro. Mi rispedirebbe quassú.