Julian Cope – The Unruly Imagination

unrulyAh, Julian H. Cope. E pensare che soltanto quattro anni fa la sua maschera preferita era quella della nazi bitch immersa in un immaginario glam-metal-elettrico, vedi il parossistico Dark Orgasm pubblicato, appunto nel 2005. Da quel punto in poi il bivio, il metallo (o la pietra, quella dei dolmen o delle tombe di giganti) riservato ai Brain Donor (un disco recensito qui, un’altro uscito poco tempo fa su cui vorrei prima o poi soffermarmi), il parossismo elettrico trasformato in parossismo acustico: e allora via con Black Sheep, il disco e poi i Black Sheep, anzi il collettivo Black Sheep, un’accolita di bikers senza moto che viaggiano per  l’Inghilterra armati di chitarre acustiche e percussioni, e predicano anarchia e rivoluzione.

Mediamente, quando ne parlo con i non-avvertiti, la reazione è: “È pazzo, ne ha prese troppe”. Invece io continuo a credere (e tutto sommato è l’unico motivo per cui ancora lo ammiro e lo seguo), che Cope sia lucidissimo nel tentativo di portare all’estremo, come frontman/performer/artista/autore, la divaricazione fra maschera e persona.

In soldoni: alla base di ciò che Julian Cope fa e predica ci sono presupposti magari non condivisibili ma forti (no alla religione organizzata e di contro indagine su ciò che c’era prima di essa, vedi la pietra di cui sopra, sì alla libertà di essere ciò che si desidera, sì alla condivisione del e nel rock come momento dionisiaco/sciamanico e via dicendo): è il modo di esprimerli che li fa sembrare bizzarri o scontati, e che apre un baratro fra ciò che Cope pensa e come lo manifesta. Il che si concretizza con la massima forzatura possibile del ruolo del frontman nel rock, che si fa carico di tutte le esagerazioni e gli eccessi che il pubblico vorrebbe ma non può sperimentare, e al pubblico li ridà in pasto, immolandosi talvolta alla causa.

Tutto questo per dire che l’ultimo parto di Cope, “The Unruly Imagination”, raccolta di materiale sparso fra Ep a tiratura limitata e sessioni inedite del collettivo, non sembra proprio la classica pisciata fuori dal vaso: okay, si parla di preaching revolution e di leveller e diggers e ranters, si cerca di fare del folk di protesta epurandolo di qualsiasi dolcezza e mollezza, ma c’è del metodo in questa follia: il disco nasce  come “programma audio” di un evento (mi è scappato un calco perdonatemi) commissionato a Julian dall’Università di Manchester, quindi c’è tanto di cornice istituzionale; l’impianto sonoro, come si è detto, è fatto di chitarre acustiche, ma anche inacidito dai mellotron e dal sarcasmo e dagli asides del nostro (mi è scappato un anglicismo), insomma la falsariga è la stessa del già citato Black Sheep, ma con dietro un’urgenza e una convinzione (di nuovo: c’è del metodo) che, se non a indottrinare, riescono perlomeno a intrattenere.

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