Pontiak, Arbouretum, il metodo empirico.

pontiakOrmai le scoperte le faccio in maniera totalmente empirica e imprevista. Tempo fa mi capita di leggere questo articolo, su uno dei blog che seguo abitualmente e che ormai fanno le veci dei Giornali di Musica che una volta compravo in edicola. Scatta la curiosità, recupero il disco in questione e dico: Ha ragione, i Pontiak sono davvero parecchio bravi, e pure io chioso:  Vedremo appena arriva il seguito.

Poi, sempre sulla strada del “curioso tra le notizie e/o i dischi delle conoscenze di cui mi fido”, ovvero spulcio nel loro share o sulla loro pagina di rateyourmusic (questa è la mia, per esempio), vengo a sapere che il seguito di “Sun on Sun” è uscito, si intitola “Maker” e ne è degno erede. Quello che alle mie orecchie fa spiccare i Pontiak in mezzo alla ridda di gruppi con i quali cerco di placare la mia nostalgia degli inattivi-da-anni Comets on Fire (gente tipo Crystal Antlers, Heads, Dead Meadow) è il senso della misura. Gli ingredienti che usano per cucinare sono sempre quelli, chitarre e bassi pesanti oppure pedanti – nel senso che ogni tanto sbuca qualche intermezzo rumoristico volutamente monocorde e fastidioso – batteria implacabile, ritmi medio-bassi, e ciliegina sulla torta le voci mai e poi mai e poi mai sopra le righe, sempre appena accennate (e mi viene da pensare come potrebbero farle sbucare dal vivo, in mezzo a un volume strumentale così sostenuto). Eppure non sbrodolano mai (escluso il lungo strumentale che intitola l’ultimo album), non si perdono in assoli, le canzoni restano sempre confinate entro durate accettabili: cosa non da poco quando si ha a che fare con certi materiali.

Quindi: “Maker” promosso con voti alti, e curiosità di capire che hanno fatto i tre fratelli oltre ai due dischi di cui sopra. Risposta: un album di esordio, che non conosco, e uno split con gli Arbouretum, intitolato “Kale”, anche e soprattutto per via del fatto che contiene alcune cover nientemeno che di John Cale.

arbouterumIl bello è che a questo punto salta fuori il jolly, e ascoltando “Kale” scopro che forse, ma forse, gli Arbouretum mi piacciono anche più dei Pontiak. Suonano musica meno originale, figlia di un’ispirazione a metà strada fra Bonnie “Prince” Billy (Dave Heumann, prima testa pensante del gruppo, è da parecchio nel giro dei fratelli Oldham) e, direi, Richard Thompson, parte americana e parte inglese, con quelle chitarre intrecciate e inquiete a farla da padroni. E allora via, mi avvento anche su “Rites of Uncovering”, secondo album, datato 2007, degli Arbouretum e lo ascolto e riascolto allo sfinimento: è stupendo, non inventa nulla ma ci sono almeno tre pezzi da pelle d’oca, come se i Palace Brothers d’antan avessero saputo suonare e Will avesse avuto una voce di tre/quattro toni più bassa. Purtroppo il miracolo non si replica in “Song of the Pearl”, uscito quest’anno, che è sì bello ma scazza un po’ troppo con velleità molto più rock (a spanne direi che è il classico effetto “abbiamo irrobustito il suono perché ultimamente suoniamo parecchio dal vivo).

La grande notizia è che sia i Pontiak sia gli Arbouretum suoneranno in Italia, a Milano, il 21 luglio prossimo, all’interno di questo festival: del resto del cartellone non potrebbe fregarmi di meno, ma dieci euro anche solo per l’accoppiata del momento li spendo volentieri.

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