Credits

Non lo dico per rivendicare chissà quale autorialità – dal momento che la mia piccola gratificazione me la sono presa con i ringraziamenti pubblici dell’autore e una bella chiacchierata con lui dopo la presentazione di giovedì scorso – ma piuttosto per dare uno straccio di contributo al dibattito su “la visibilità del traduttore”  (vedi per es. qui e qui): ho sottomano una rassegna stampa parziale di “Rifugiati Football Club“, accolto parecchio bene, e tra articoli e recensioni, otto testate (Venerdì di Repubblica, Vanity Fair, L’Uomo Vogue, Avvenire, Famiglia Cristiana, Il Giorno, TuttoMilano) non fanno il nome del traduttore*, uno  (La Stampa) sì. Non so se nel frattempo siano usciti altri articoli ma suppongo che il trend rimanga questo.

* Questo non perché brami di vedere il mio nome e cognome sui giornali, ma perché scrivere che il libro è stato tradotto da qualcuno magari può diffondere l’idea che i libri stranieri non si traducono da sé e che ci sta dietro il famoso/famigerato Lavoro Editoriale che inizia dal traduttore e passa per le mani di una redazione intera, prima che quelle duecentocinquanta pagine arrivino in libreria.

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