Ora in ascolto: Miles Davis, Jack Johnson

Non so in quanti altri casi l’edizione filologica di un disco sovrasti di così tanto un originale già di per sé titanico. “Jack Johnson”, nella versione a 33 giri, contiene il miglior jazz-rock mai suonato da Miles Davis e dai suoi sodali, che stanno in bilico fra rock terra-terra e improvvisazione pura senza mai scomporsi (o forse: scomponendosi solo quando serve) e con uno stile in-vi-dia-bi-le. Ma ad ascoltare le Complete Sessions a partire dalle quali è stato compilato il disco, c’è da strapparsi i capelli per la gioia.

Da parecchio sostengo che se dovessi compilare una classifica dei miei dischi preferiti fatta di UNA posizione, in quella posizione ci starebbero The Complete Jack Johnson Sessions: il compromesso ideale fra il rock che mi piace, il jazz che mi piace, la musica estrema che mi piace. E per spiegarlo bastano i quasi cinquanta minuti delle varie takes e insert di “Willie Nelson”: un riff eterno e incessante che si trasforma piano, pianissimo, sopra il quale volteggiano Miles  e compagnia bella. Oppure, le versioni di “Right Off” che spiegano come Davis sia arrivato a quell‘assolo.  Oppure John McLaughlin, al quale si può perdonare tutta la fusion mistica del mondo, grazie a queste sessions e a quelle con Tony Williams. Oppure MICHAEL HENDERSON AL BASSO che va scritto tutto maiuscolo.

Questi e il resto dei brani ‘scomposti’ nel cofanetto, la materia grezza dalla quale è scaturito un album epico, sono l’esito di una pesca negli archivi forse unica, che crea dal nulla un vero e proprio disco-madre alternativo a quello-figlio. Un cofanetto quintuplo che non comprende scarti ma dipinge  una sola, unica e lunghissima suite fatta di improvvisazioni scheletriche su riff essenziali, con pochi rivali sia nella musica per chitarre, sia in quella per fiati, sia in quella psichedelica-monocorde-noiosachepiace tout court. Suite che inizia con il citato riff di “Willie Nelson” e termina con il lato A e il lato B del vinile originale, con tanto di messaggio: “Il campione del mondo dei massimi sono io”.

Insomma mi piace un sacco e lo sto ascoltando fino alla nausea e la recensione finisce qui, che le critiche circostanziate stanno altrove (vedi anche: “Miles elettrico”, “Miles e la boxe”, “Filologia moderna e jazz”).

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