…è la traduzione è la traduzione è la…

Ok, fai una cosa splendida, di cui vai fierissimo, e non stai chiuso in una fabbrica. Puoi persino montarti la testa. Però come in ogni fiaba ci sono i cattivi. Il mutuo da pagare, la casa vuota che sembra parlarti e ti getta nell’angoscia, la frase contorta che magicamente il giorno dopo diventa semplice… e quando il lieto fine sembra arrivato, ti arriva la strega cattiva che ce l’ha a morte con l’editore perché magari prima lavorava per quella collana lì e se n’è andata sbattendo la porta ma non ha le… ovaie per attaccarlo direttamente, e dice che la traduzione, chessò, è sciatta, è legnosa (ci sono alcuni aggettivi standard, e altri un po’ più ricercati, che si possono gettare a piene mani sul capo del povero traduttore: legnosa, ampollosa, mediocre, incostante, zigrinata, ermafrodita, icignica, cugruffa… un periodo andava fortissimo la parola “corrusco”, poi un tizio deve averlo cercato sul dizionario e da quell’istante è del tutto scomparsa dall’uso), magari mostrando chiaramente, e in più punti, di non aver letto davvero il tuo lavoro ma solo qualche nota stampa e degli stralci dell’originale.
Ci sono i recensori fai-da-te di certi blog, che anziché avere quell’approccio gioioso, allegro e ingenuo (dunque puro) del lettore vorace e entusiasta, si mettono a scimmiottare i recensori e le loro frustrazioni… sono i peggiori (non che bastino a rovinarti la giornata, specie se è stata una giornata trascorsa tra le righe di Susan Musgrave… però…). Ci sono quelli che, a prescindere, se amano l’autore, e l’autore ha scritto un libro con la mano sinistra, la colpa è del traduttore (non li biasimo: anch’io per certi album ho dato senz’altro la colpa al pessimo produttore; dentro di me sapevo che non era vero, ma vuoi mettere il conforto?).
Ci sono gli editori che pagano poco e male, e quello lo sappiamo. Ci sono i colleghi che si radunano alle conferenze e si parlano addosso (ma è solo un modo per vincere la solitudine, sappiate… ore e ore tappati in casa sul significato di “polidismorfopalinclasìa”, vorrei vedere voi), mentre altri colleghi seduti su un pulpito sopra una nuvoletta stile Goku sparano similitudini esistenzialiste del tipo “la traduzione è un atto d’amore”, “la traduzione è sofferenza”, “la traduzione è un zufrasso profumato”, “la traduzione è la traduzione è la traduzione”… sono tutte cose che fanno male al nostro lavoro, che dovrebbe essere semplicemente: “mettiti lì e traduci, stronzo”. Quello che dico sempre è che siamo gli odontotecnici della letteratura. Ogni tanto ci montiamo la testa perché siamo fondamentali, ma… siamo fondamentali. Sarà questa frustrazione data dal non essere scrittori, o sarà forse colpa di quest’epoca sciatta e superficiale e buzzurra, ma quello della letteratura è un mondo pieno di matti e isteriche, e il problema è che si collocano tutti nel percorso puro che dovrebbe congiungere l’autore al lettore (badate, non escludo il primo e i secondi tra i matti e le isteriche, ma la differenza sta nel fatto che sono però le uniche figure indispensabili, e spesso vittime incolpevoli della follia degli altri coinvolti nel percorso).

Giuseppe Iacobaci, articolo completo qui.

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6 pensieri riguardo “…è la traduzione è la traduzione è la…

  1. <>

    Questa andrebbe fatta imparare a mente a tutti gli aspiranti traduttori. E una volta che sono entrati nel giro andrebbero interrogati a cadenza mensile per vedere se se la sono dimenticata.

  2. Scusa, è saltala la citazione, ovvero:

    Ci sono i colleghi che si radunano alle conferenze e si parlano addosso (…), mentre altri colleghi seduti su un pulpito sopra una nuvoletta stile Goku sparano similitudini esistenzialiste del tipo “la traduzione è un atto d’amore”, “la traduzione è sofferenza”, “la traduzione è un zufrasso profumato”, “la traduzione è la traduzione è la traduzione”… sono tutte cose che fanno male al nostro lavoro, che dovrebbe essere semplicemente: “mettiti lì e traduci, stronzo”.

  3. Concordo, e aggiungo che in tutto l’intervento Giuseppe tocca così tanti argomenti sensibili, riguardo alla traduzione e ai traduttori, che quasi quasi glielo stavo citando tutto.

  4. Piaciuto molto anche a me. E poco fa mi chiedevo cosa ci sarà mai nell’originale delle Sirene di Titano, di Vonnegut, nel punto dove il sommo Mantovani (pure lui della sobria scuola “mettiti lì e traduci”) fa dire a un immaginario rullo di tamburo: “Tritate la rapa, la rapa, la rapa/ Tritate la rapa, la rapa, la rà/Tritate la rapa, trità!” Puro genio…

  5. Stavo per rispondere citando un episodio simile capitato molto più umilmente al sottoscritto, un suono onomatopeico che doveva avere però un significato ben preciso. Siccome però appartiene a una traduzione su cui non sto più lavorando, NON LO RICORDO PIÙ: mi sono ‘messo qui a tradurre’ altro (stronzo!) e quello faccio. Oltretutto questo dovrebbe dirla lunga sulla memoria selettiva e a breve-medio termine dell’animale “traduttore”.

  6. La frustrazione viene dal fatto che siamo fondamentali (cit.) e nessuno mai lo riconosce né, tantomeno, ci tratta come tali, non dal fatto di non essere scrittori (di quello chi s’en fruag, dico io che sono felice così).
    Sul pezzo in generale, quando Yako scrive di traduzione mi auguro sempre che lo faccia di più e perda meno tempo a tradurre, quello stronzo.

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