Finardi, Finardi (1981)

(qui ci va la copertina del disco, ma in Rete ci sono solo scansioni brutte, e io lo scanner non ce l’ho).

Forse è soltanto una questione sentimentale, il genere di amore che nasce per certi dettagli della tua infanzia o della giovinezza soltanto perché appartengono a un passato che oggi ti sembra innocente e idilliaco. Fattostà che di questo album avevo una cassetta smagnetizzata, rubata al mio cugino più grande che a sedici anni (io ne avevo sei) mi portava in giro sulla Vespa 125 bianca, le chiavi attaccate a quei mollettoni di plastica trasparente con il filo attorcigliato, e l’adesivo di Radio Peter Flowers sulla fiancata. E mi è rimasto in testa tutti questi anni, e non sono mai riuscito a trovarlo, neanche con il p2p – se non in una versione orrenda che sembrava rippata dalla stessa cassetta di mio cugino.

Oggi, grazie a Internet (eBay) e alla tecnologia (il giradischi e i software di masterizzazione) ne possiedo una versione in vinile e ne ho approntata anche una in mp3. Ah, dimenticavo: sto parlando di “Finardi”, di Eugenio Finardi, pubblicato nel 1981 e mai, dico mai, ristampato, sa il Signore perché. Per me, e non esagero, è il miglior disco di Finardi, anzi, l’unico disco di Finardi che continui a piacermi (gli altri, mh, sì, hanno dei gran bei pezzi, ma in tutta la produzione del periodo Cramps sento un’ingenuità che non mi piace, oltre al peso degli Anni Settanta che difficilmente riesco a sostenere).

È il miglior disco di Finardi perché è suonato e registrato bene, prodotto con gusto e con il suono di quegli anni – di solito la leggera italiana arriva sempre un po’ in ritardo sui suoni internazionali, ma pare che all’epoca qualcuno la sapesse lunga (questo Finardi, la Nannini che registrava con Conny Planck, un po’ anche Battiato). Chitarre robuste con il chorus sempre acceso, voce “dentro” e qualche tocco di classe sparso, come l’arrangiamento di “Patrizia”, solo tastiere e drum machine, impeccabile.

È il miglior disco di Finardi perché i testi non li ha scritti tutti lui: l’immaginario è il suo, certo, ma a collaborare (alle parole di un disco che nasce in inglese e gli viene rifiutato dalla Fonit, alla quale è passato chiuso il rapporto con la Cramps) è nientemeno che Valerio Negrini, il quinto Pooh. E chi si aspetta disastri deve ricredersi: i testi sono quasi sempre a fuoco, orientati sul commentario sociale-metropolitano, sull’amore finito o trionfante (“Patrizia” è una delle più belle canzoni d’amore del pop italiano, punto), in due o tre casi, i più eclatanti, su tematiche apocalittico-fantascientifico-psichedeliche da brivido (“Prima della guerra”, “Oltre gli anelli di Saturno” e “Le stelle stanno ad aspettare”: bastano i titoli).

È il miglior disco di Finardi perché l’ho cercato per una vita e ora è mio, tutto mio, e posso ascoltarlo dallo stereo di casa senza che pezzi rockeggianti come “F-104” o “May Day” (qui un video, magnifico) restino strangolati nel nastro smagnetizzato.

È il miglior disco di Finardi, e stop. È ascoltabile qui.

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6 pensieri riguardo “Finardi, Finardi (1981)

  1. “Le chiavi attaccate a quei mollettoni di plastica trasparente con il filo attorcigliato, e l’adesivo di Radio Peter Flowers sulla fiancata” mi ha quasi fatto piangere.

  2. @Isa: buone cose a te, sei quasi al traguardo o sbaglio?

    @Fabio: in quella e poche altre immagini, per me, ci sono gli anni Ottanta.

    In questi giorni sto ascoltando anche “Secret Streets”, il gemello anglofono di “Finardi”. Non è malaccio, ma non regge il confronto. E sulla pronuncia anglomilanese dell’Eugenio potrei scriverci un post.

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