Era brillosto…

Il sospetto che la traduzione non sia una scienza esatta si rafforza a ogni occasione in cui l’orizzonte dei paletti da mettere e delle decisioni strategiche da prendere prima di buttarsi in un lavoro è ampio, e ovunque ti giri pieno di pro e contro. Metti per esempio l’adattamento in forma di romanzo di una sceneggiatura cinematografica ispirata a un capolavoro della letteratura tutta, e la serie di confronti che ne nasce: con l’Autore del Classico per calcolare la distanza tra lingua dell’originale e lingua del discendente, e agire di conseguenza; con le traduzioni del Classico stesso per decidere cosa imitare, cosa copiare tout court e in cosa discostarsene; con chi sovrintende all’adattamento della versione italiana del film da cui è tratto il libro, per capire qual è il margine di manovra tra le scelte che vorresti fare e quelle che devi fare, perché lo richiedono il sincrono o scelte editoriali già prese e di respiro più ampio (il libro, la versione a fumetti, il film, il videogioco).

Questo per dire che sono piuttosto orgoglioso di aver messo mano alla Alice in Wonderland ispirata al film di Tim Burton (in uscita – forse anche da noi – tra poco), e che trasformare il Jabberwocky in “Ciciarampa” rendendo al contempo il dovuto omaggio a Masolino d’Amico e alla sua felicissima resa italiana di Carroll non è stato facile né si è trattato di una sequela di scelte a cuor leggero perché “tanto sono libri per ragazzi”: non è vero, non in questo caso.

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