Il disco dell’anno

Nel 2011 mi sono innamorato di Ty Segall. È una specie di surfista gonfio, è giovane e biondo, centra due ritornelli ogni tre canzoni che scrive, fa una specie di revival pop sgangherato anni novanta per chi ci tiene al revival (io no) lo irrobustisce con corpose dosi di garage sconosciute a tanti esponenti del lo fi di due decenni fa, suona musica allegra da finestrini abbassati e quando si fa cupo si inzuppa di psichedelia cialtrona. Nel 2010 aveva pubblicato “Melted”, che è la sintesi perfetta di tutto questo, nel 2011 ha sfoderato “Goodbye Bread” che è: il disco che Liam Gallagher ucciderebbe pur di saper scrivere; Neil Young senza menate; tre ore e mezza in cantina a berciare, prima o poi uscirà qualcosa di buono; il trionfo del quattro tracce su GarageBand; California über alles; la punta di diamante della canzonetta (vedi anche alla voce Mikal Cronin, Sic Alps, Thee Oh Sees e compagnia bella).

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