Quando finisce il caffè e hai smesso di fumare e non sai come riempire la pausa e svuotarti la testa #1: Motorpsycho

Qualche giorno fa ho comprato due biglietti per il concerto dei Motorpsycho, il prossimo 25 aprile al Bloom. Credo di poter affermare che tra il 1994 e il 2000 i Motorpsycho siano stati  l’unico Gruppo di Rock Psichedelico degno delle maiuscole, capace di sfornare a spron battuto dischi che, malgrado il consistente debito con il passato, non sono mai sembrati passatisti né vecchi, anzi.

Nel periodo d’oro i Motorpsycho riuscivano a tenere sei piedi in sei scarpe diverse, l’indie-pop, lo space rock, la psichedelia hippie acustica, l’hard rock classico più il metal quasi moderno, il rumorismo ai confini con l’ambient e, non ultimo, il country. A coniugare un gusto melodico pazzesco, una perizia fonica senza pari, un’inesorabilità da carro armato sul palco, una serie di copertine impareggiabili (Kim Hiorthøy nel fiore degli anni). A radunare un seguito di fedelissimi che andava a vederli ovunque, si metteva l’adesivo con il tribale sulla macchina, si dipingeva il tribale sul cofano della macchina, si tatuava il tribale addosso, ridava ossigeno al proprio gruppo rock trovandolo proprio nei Motorpsycho (ciao Verdena). E non credo siano mai stati sulla copertina di un mensile specializzato, e manco disco del mese, ma forse ricordo male.

A ben vedere, il senso di queste righe è proprio che comincio a ricordare male e che ho bisogno di fissare qualche punto prima che cominci, inesorabile, il declino. Per esempio: fu davvero su Rumore che li vidi segnalati la prima volta (foto in bianco e nero su due pagine, credo fosse il periodo degli Ep Mountain/Another Ugly Ep o forse già di Timothy’s Monster)? O in quell’altra rubrica del Mucchio Selvaggio che forse si chiamava Sotterranei ed era curata da non so chi? (Sto scrivendo senza consultare google, né voglio servirmene, così come non inserirò link in questi né  nei prossimi eventuali paragrafi). Fattosta che la prima volta che ascoltai i Motorpsicho, no, non ho voglia di parlarne adesso. Oggi vorrei parlare di come sono venuto a patti con il loro album “Blissard”, dopo sedici anni di ascolti, innamoramenti e disamoramenti. No, anzi, ne parlerò se e quando mi torna l’ispirazione.

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