Prima tranche della serie di appunti per l’articolo su Ty Segall che non scriverò mai – o, del perché di una fissa

A un certo punto mi scrive l’amica C. e chiede: “Ho sott’occhio tre titoli di Ty Segall, Singles 2008-2010, Goodbye BreadSlaughterhouse. Da quale comincio?”. La mia risposta: “Boh”. Sì, perché se a prima vista Ty Segall è uno che da sempre (da circa 4-5 anni, cioè) fa la stessa cosa, i tre titoli di cui sopra lo immortalano in fasi vicinissime ma ben diverse di una, chiamiamola, traiettoria artistica che ancora non si è compiuta in pieno – o che forse soltanto a lui è chiarissima sin dall’inizio.

Le fasi di Ty Segall, sì: l’approccio one man band dei primi due dischi, Ty SegallHorn the Unicorn, più i vari singoli di contorno. Garage-blues-pop in piena regola, chitarra batteria e poco altro. E poi gli intrallazzi con i Sic Alps e la lo fi-zzazione progressiva di Lemons Melted (a oggi il mio Segall preferito), registrato tutto in distorsione e zeppo ma zeppo di ritornelli. E poi Goodbye Bread, che rallenta il ritmo, impasta il garage rock una specie con Neil Young e John Lennon, ma lo conserva garage rock, e stravince la classifica dei dischi dell’anno 2011 (almeno per me). E di recente Slaughterhouse, il disco con i chitarroni, un dico sicuramente minore (di transizione, dicono i critici) ma non poco importante. Della collaborazione con White Fence non parlo perché non mi piace, è l’unico passaggio a vuoto del turbillon.

Si diceva di Slaughterhouse , su cui sto prendendo appunti mentali da settimane ma che non riesco a inquadrare, forse perché è un disco che non vuole farsi inquadrare, perché è nato dall’urgenza: nel 2011 Segall comincia a suonare dal vivo con una formazione a quattro stabile (Charlie Mootheart l’altro chitarrista, Mikal Cronin al basso, Emily Rose Epstein alla batteria), si gasa tantissimo e 1) irrobustisce il suono del vecchio repertorio portandolo a livello “Mudhoney”; 2) forte del cambio di marcia innesta dosi di rock spaziale e/o hard nel nuovo repertorio; 3) si sente in dovere di registrare qualcosa nel più breve tempo possibile, per non perdere lo slancio. Ne esce un album che soltanto in vinile acquista un senso vero: due dischi da 10″, quattro lati che custodiscono una manciata di originali validi, un paio di cover, un vecchio brano rielaborato, dieci minuti di feedback pretenzioso e inutile, ma sensato come “lato C” da saltare sempre e comunque, una volta capita l’antifona. E il vinile costringe anche a spezzettare l’ascolto, tra un lato e l’altro ci si ferma e si capisce che non è un vero album, Slaughterhouse, ma un punto esclamativo che sancisce il momento di grazia della Ty Segall Band (ehi, siamo in quattro, siamo una banda).

Forse l’ho già scritto: questo (primavera-estate 2012) è il momento perfetto per vedere Ty Segall dal vivo. Ha il repertorio migliore di sempre (da Slaughterhouse solo i pezzi da 90, dal vecchio repertorio le scelte tutto sommato migliori), una band che dopo un anno di concerti suonerebbe così compatta anche bendata e a occhi chiusi, l’esuberanza di chi si è appena impossessato del palcoscenico (dopo una vera gavetta, eh) e vuole condividerlo, mica tenerlo per sé o nascondersi dietro lo status di star.

L’impressione che ho avuto dal paio di incontri con Segall è proprio che lui e i suoi amici si divertano come matti a suonare, senza flirtare con gli aspetti più equivoci e fangosi del rock and roll, ché di “maledetti” ne abbiamo avuti abbastanza (in questo mi piacerebbe che Jay Reatard fosse ancora vivo, lui e Ty sarebbero l’uno il perfetto alter ego dell’altro), senza costumi di scena (al di là dell’aspetto casual-hipster corretto grunge figlio dei tempi, niente a che vedere con la correttezza filologica dei nostalgici da raduno Sixties, malgrado la musica di Segall venga proprio dai Sessanta), con allegria ma senza distacco ironico, senza retorica dell’antiretorica, senza canzoni in tonalità minore.

(Non ho un giorno da perdere per verificare con le mie orecchie, ma sono convinto che la stragrande maggioranza dei pezzi di Ty Segall sia in tonalità maggiore. Cioè, all’orecchio è un costante “tutto bene, tutto a posto, sono qui, andiamo dritti al sodo, alziamo il volume, diamoci dentro”. Lenti, praticamente nessuno, se ci sono sono pastoni psichedelici, non certo ballads).

Nelle prossime puntate: Segall/Cronin come Lennon/McCartney, perché la progressione Cobain -> Reatard -> Segall è sbagliata, appunti sull’incatalogabilità.

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