Tema: Il mio primo concerto. Svolgimento:

(il motivo di questo pezzo è qui)

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Potrei tirare in ballo un “Nilla Pizzi a Cesenatico” trascinato dai miei genitori in vena di prese per il culo, avevo dodici anni, alla radio impazzava una cover banale e tirata via de “La mia banda suona il rock”, ma preferisco di no: quanti di noi hanno ricevuto il battesimo del palco come questo, controvoglia? Potrei dilungarmi sul perché e sul come la prima volta che pretesi di veder convertita nel biglietto di un concerto la mancetta settimanale (o qualcosa del genere) fu per Francesco Baccini, periodo secondo disco. Detto oggi pare una schifezza, ma allora lui suonava bene, ironico e distaccato e arguto, oltretutto a me provinciale e campagnolo sembrò un pass per la Civiltà e la Raffinatezza: suonava A TEATRO e io l’unico “teatro” in cui avessi mai messo piede era l’ex cinema dell’oratorio del paese per la recita di terza media. Lo accompagnava Andrea Braido, il chitarrista ipertecnico che appena un anno prima mi aveva fatto venire le vertigini con gli assoli torrenziali di Fronte del Palco di Vasco. Il periodo è l’inverno 1990-91, quando mi immergevo in Chitarre e/o Guitar Club per superare la depressione da prima scientifico, sbavando sulle pubblicità delle superstrat con il ponte Floyd Rose e i pickup da energumeni, le Jackson e le Charvel – Mascis, Moore e Cobain non avevano ancora riabilitato le Jaguar e tutto il resto, non ai miei occhi di quasi quindicenne con il cervello diviso in tre fra Grandi Classici (cioè Beatles e Hendrix, e basta), Musica Leggera Italiana e Radio Deejay.

Vorrei parlare del mio Primo Concerto Serio, invece,  del quale peraltro non ricordo quasi nulla se non che con due-tre compagni di classe avvertiti (per gli altri probabilmente eravamo degli sfigati) andammo a vedere due Mostri Sacri del Rock, Bob Dylan e Van Morrison, e che l’uscita prevedeva anche Viaggio Da Soli con Shopping Pomeridiano in Centro a Milano, ovvero full immersion alle Messaggerie Musicali. Me ne venni via con una borsa di magliette e poster (e un Cd solo, il mio primo in assoluto, non avevo ancora il lettore ma l’entusiasmo per la nuova tecnologia mi spinse ad accaparrarmi The Beatles – Live at Hamburg ’62) che finirono martoriati di orecchie e spiegazzature dopo il viaggio in metropolitana, l’attesa per entrare, le tre ore seduto sulla plastica delle tribune per assistere a… boh, non ricordo. Ricordo i vecchi (gente dell’età che ho io oggi, presumibilmente) con le magliette dei Grateful Dead. Ricordo l’acustica che sembrava pessima dalla piccionaia dov’eravamo finiti. La stanchezza orribile dopo il pomeriggio passato in giro a prendere caldo e la sensazione di essere fuori posto, di dover pisciare non avendo nei polpacci la forza di andare in bagno. E il peso di due consapevolezze. La prima, che «Dylan dal vivo stravolge le canzoni» è una verità potentissima capace di ammazzarti di noia, se la apprendi a quindici anni sovrapponendo il Dylan del 1991 a quello del tuo immaginario, ovvero tre o quattro pezzi di Highway 61 Revisited, “A Hard Rain’s Gonna Fall” nella versione di Edie Brickell e un inserto di TV Sorrisi e Canzoni con i testi che hanno fatto la storia. La seconda, corollario della prima, che ero lo stesso provinciale che si era lasciato convincere a vedere Baccini per via del TEATRO: troppo a disagio nel palazzetto dello sport, troppo inesperto dei riti del concerto, troppo piccolo in mezzo alla folla di avvertiti rockettari. Non mi divertii nemmeno per un attimo, anzi, quello fu il giorno in cui capii che sarei diventato uno snob.

Il ritorno a casa del compagno di classe milanese che ci ospitava non lo ricordo. Ricordo che il giorno dopo a colazione parlammo dello scanner, un marchingegno che convertiva le foto in pixel.

Nel ’94 ci sarebbero stati ancora un Van Morrison a Modena (nel supporting cast, i misconosciuti Cranberries e certi guappi del posto, tali City Ramblers) e un Dylan a Sonoria, la “Woodstock all’ italiana” organizzata dal 7 al 9 luglio in una vasta area naturale di oltre 70 mila metri quadrati alle porte di Milano ma non ricordo nulla, nulla di nulla, nemmeno di quelli, se non il contorno, perché al Classic Rock continuavo a provare ad appassionarmi ma ormai il danno era fatto: un paio di mesi dopo il trauma del Palatrussardi c’erano stati Nevermind e soprattutto Out of Time (i miei Nirvana furono i R.E.M., poche storie) e la musica, in tutti i sensi, era diversa. A Modena il viaggio fu più divertente del concerto e comprai Frammenti di un discorso amoroso, a Sonoria il fango sotto il palco puzzava, e c’erano i Therapy? e i Blur (che avevo rimosso) e gli Helmet che mi gasarono più di ogni altra cosa – ho ancora la maglietta – e l’Italia vinse 2-1 contro la Spagna.

(Quanto al me stesso di oggi, Dylan mi piace a seconda del periodo, con una preferenza schiacciante per la Rolling Thunder Review. Morrison invece non saprei,  Astral Weeks  mi pare ancora una lagna, ma forse è perché, boh, non me lo ricordo).

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5 pensieri riguardo “Tema: Il mio primo concerto. Svolgimento:

  1. bellissimo post… è questo insegna di come a volte la morte (si fa per dire) di alcuni può essere la vita per altri. Io per la cronaca ero, nel concerto che citi del Palatrussardi, uno di quei rokkettari che, dopo anni di buio (gli anni 80), vide per la prima volta i suoi idoli di allora… e fu la rinascita! (Mi spiace se per sbaglio ti ho schiacciato un piede o dato uno spintone, ma ero troppo emozionato…). Certo da allora ne è passata di acqua sotto i ponti… ma in fondo, io, preferisco sempre un bel boccale di birra.
    Scusa…Piacere di conoscerti, sono passato qui da te con la dritta di un’amica.

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