[Lungo] Memoria, Big Star, dischi del 2013 nel 2014: Mike Donovan

Qualche settimana fa su Bastonate è uscito questo sensatissimo articolo, sul concetto di Avere rotto il Cazzo in generale e sugli Xiu Xiu in particolare. Mi ha fatto ripensare al 2004. Nel 2004 ascoltavo (anche) gli Xiu Xiu e li recensivo su musicboom.it. Nel 2004 ero fresco di lettura di Lester Bangs e come pressoché chiunque l’abbia letto credevo di potermi dare sfizio scrivendo recensioni e monografie molto personali e anticonformiste su una e-zine, il futuro del giornalismo musicale. Oggi che vorrei farmi due risate di me stesso di quelle recensioni non c’è praticamente più traccia, musicboom è morto e sepolto – non c’è più nemmeno il dominio, giusto qualche traccia è rimasta su waybackmachine e simili –, e io non posso andare a controllare che cosa scrivessi dieci anni fa di Fabulous Muscles che sto ascoltando ora, insonne di adrenalina in un frangente non fighissimo della mia vita recente, mentre ripenso all’articolo di Bastonate di cui sopra. Non so nemmeno che fine abbiano fatto i .doc originali di quei pezzi, probabilmente morti due o tre computer fa, ciao Dropbox potevi esistere prima.

In compenso subito dopo la lettura dell’articolo su Bastonate e dopo una breve riflessione su gruppi tipo EL GUAPO, CHINESE STARS, PART CHIMP ho fatto una breve ricerca con chiave XIU XIU CASALPUSTERLENGO 2004, per il semplice motivo che il concerto degli XIU XIU  al teatro di CASALPUSTERLENGO rimane uno dei due concerti in cui, in vita mia, ho dormito, e oggi mi fa molto tenerezza andare a sfruculiare la mia e nostra di noi musicofili forma mentis forumistica di quegli anni.

Ad ogni modo, ho trovato questo link e mi ha fatto tenerezza, ma non è della forma mentis che avevamo dieci anni fa sui forum di musica che vorrei parlare; stasera (queste sere: la scrittura avviene a più riprese per scaricarmi i nervi) vorrei avere il coraggio di rileggere, vorrei vergognarmi oppure vantarmi del primissimo pezzo che scrissi per musicboom.it e che con gli Xiu Xiu non c’entra niente. Scrissi un pezzo sui Big Star, che all’epoca mi sembravano una riscoperta della Madonna e che oggi invece no, non che non siano più un gruppo della Madonna ma oggi (signora mia) di un pezzo come quello per fortuna non c’è bisogno, nel senso che oggi o ti metti di buona lena, trovi i fondi e scrivi un libro/giri un documentario serio oppure mettere in fila sei paragrafi di retrospettiva rosicchiando notizie qui e là dal web e aggiungendo un parere personale non ha più ‘sto senso – ecco perché le mie velleità a un certo punto sono andate a quel paese ed ecco perché, se proprio mi scappa da scrivere per riordinare le idee, ho un blog.

Peraltro, c’è davvero chi i fondi li ha messi insieme e lo ha fatto, ‘sto benedetto documentario, mettendo probabilmente il punto alla storia definitiva dei Big Star (lo dico in attesa di questo) con Nothing Can Hurt Me, classicissimo rockumentary che intervista gli intervistabili e mette bene a fuoco tutto. Memphis tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta, gli Ardent Studios (il parco giochi di Chilton & Bell, e quando capisci che per loro “andiamo a fare una suonata” era avere uno studio così fico a disposizione ti spieghi perché quei due, pressoché dal nulla, se ne fossero usciti con un disco d’esordio beatlesiano categoria Abbey Road, e capisci dove l’abbiano imparata, da così giovani, tanta perizia nel produrre e nell’arrangiare – lascia perdere i pezzi, che sono stupendi), la Sfiga (ecco, dei Big Star negli anni Settanta o del povero Mark Sandman vorrei che si parlasse a proposito di Sfiga, mica del Max Nazionale – ma non divaghiamo)

Be’, il documentario l’ho visto e merita, ti stordisce di notizie e di immagini e di aneddoti e, in poche parole, è un grande racconto di assenza: assenza di successo e gloria all’indomani dell’uscita dei dischi, assenza di Alex Chilton che da vivo non ha voluto farsi intervistare, di Chris Bell che sono 36 anni che è morto. Finisce con la morte, un’altra, anzi altre due, che arrivano a stroncare una strada in risalita, dopo il buio degli anni Ottanta e il passaparola tra Carbonari, le reunion, That Seventies Show e pure un quarto album (appena discreto). Contiene alcune riesumazioni di cadavere davvero toccanti, perché John Fry – il George Martin dei Big Star – che nel 2012 piange mentre rimette mano al multitraccia di “September Gurls” inciso quarant’anni prima è un riconoscimento di cadavere. C’è William Eggleston. C’è Jim Dickinson. C’è EVAN DANDO. C’è Paul Westerberg, c’è Tav Falco e ci sono i Cramps. C’è un sacco di morte e rimpianto, e quel filo di speranza di avere anche tu una veglia funebre come quella toccata ad Alex Chilton al SXWS dell’anno che è morto.

A giro strettissimo ho ricevuto come regalo di compleanno il cofanetto Take a look at the Sky, che contiene l’omnia dei Big Star e mi ha fatto rivalutare in peggio la rimasterizzazione dei miei due Cd di #1 RecordRadio City, edizioni Akarma di fine anni Novanta. A proposito, che fine ha fatto la Akarma? Del terzo non parlo, era su etichetta Ryko ed è stato per giunta il primo Big Star della mia vita, e rimane uno dei miei dieci dischi assoluti.

Ma non è dei Big Star che vorrei parlare, cioè, anche ma non solo. I Big Star (e gli inevitabili Teenage Fanclub) sono tornati, in circolo insieme a Epic Soundtracks, altro perdentone alla Alex Chilton sul quale è uscito questo libro. Ma non è di lui che vorrei parlare, cioè, lo cito incidentalmente perché a Roma in fiera dell’editoria sentivo Simone parlare di perdenti e pop e ascoltavo nel frattempo i Big Star di quel perdentone di Chilton e in quei giorni usciva un disco potenzialmente perdentone ma molto, molto figo, l’esordio solista di Mike Donovan.

Quindi, parliamo di 2013, 2014, dei Sic Alps che si sono sciolti e del loro demiurgo Mike Donovan che ha scritto un impeccabile disco di transizione. Dopo aver reincarnato Skip Spence (perdentone) con i Sic Alps periodo U.S. Ez – Napa Asylum (i Sic Alps credo siano il gruppo di cui più ho scritto su ‘sto blog, cercate voi ché non ho voglia di linkare), breve virata RUOCK (giuro che è l’ultima volta che scrivo RUOCK, da domani cerco un sinonimo più bello) e approdo a territori ChrisBelliani, con un album che ha delle schitarrate semi-blues probabilmente scorie dell’ultima versione del gruppo-madre ma, soprattutto, due-tre ballate acustiche dolenti dolceamare, cantate BENISSIMO e scritte DA DIO a cui non puoi dire niente (alle ballate: a Dio se ti va puoi dirne, di cose). Probabilmente il suo capolavoro sarà il suo prossimo disco o quello dopo ancora, ma WOT (questo il titolo) è eccelso proprio perché imperfetto, e lo sto stra-ascoltando perché pure io in transizione da una sbornia di garage punk 2009-2013 a non so ancora che cosa. Morale, banale, ma questo è più un esercizio scioglinervi che di critica o approfondimento: nel 2014 c’è ancora musica del 2014 (13) che vale la pena.

Nel frattempo all’ottavo pezzo di Fabulous Muscles mi sono un po’ rotto le palle, però non è affatto male, è un disco avanti per come lo potevano essere i dischi indie di rottura a metà anni Duemila; sempre preferito ‘ste robe un po’ naif ma avventurose agli Interpol, per dire.

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6 pensieri riguardo “[Lungo] Memoria, Big Star, dischi del 2013 nel 2014: Mike Donovan

    1. Gesummio, oggi ho molto da fare ma appena ho tempo apro i link. Sull’anticonformismo sì, l’ho buttata lì ma meriterebbe approfondimento (una cosa marzulliana del tipo “Lester Bangs buono – Lesterbangsismo cattivo?”.

    1. Sì, il problema è che il bangsismo è un mezzo ottimo che però spesso rischia di far perdere di vista il fine. Poi dieci anni fa era un altro mondo, eh.

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