Long Time Ago When We Were “Babbi di minchia”

Preambolo

La mia infatuazione per gli Afterhours scocca a fine 1995 o giù di lì grazie alla cassetta di Germi duplicatami e passatami da un compagno di classe dopo mesi di battage della Vox Pop sulle pagine pubblicitarie di Rumore e un paio di belle recensioni lette lì e altrove. C’entrava qualcosa anche un blurb o una recensione di Enrico Brizzi. Non è un colpo di fulmine, li lascio a macerare per mesi nel portaoggetti della Peugeot 205 Look nera, finché non tornano a galla e la cassetta gira fino a smagnetizzarsi.

Nel 1997 esce Hai Paura del Buio?, lo compro, lo ascolto e ne vado matto. Il perché lo spiego dopo. Corro al Bloom a vedere gli Afterhours dal vivo (19 dicembre 1997, grazie Internet), constato che anche dal vivo sono fighi, do a Manuelone Agnelli la cassetta con il demo del mio gruppo.

(Erano quattro pezzi originali più una cover di Insieme a te sto bene di Battisti. Anni dopo, l’avrebbero rifatta anche i Lombroso.)

Insomma casco come una pera in una fase di piena ingenua e cieca idolatria. Ascolto e riascolto i dischi (due: quelli in inglese non mi interessavano, niente del rock indipendente italiano pubblicato prima del 1994 mi interessava e continuo ad avere grosse lacune e continuo a non amare nemmeno i Litfiba giusti), non vedo l’ora di rivederli dal vivo. Devo aspettare qualche mese, il concerto è al Leoncavallo. 28 marzo 1998, anche qui grazie Internet perché quella sera ero stonatissimo e ricordo soltanto che c’erano i Six Minute War Madness e l’impianto audio era potenziato rispetto al solito (nello stanzone del Leo si sentiva bene – poi magari è perché avevo la psiche alterata, eh). È lo zenith della mia passione per loro, e l’inizio della fine. Che coincide con l’esecuzione di  Sui giovani d’oggi ci scatarro su. Manuelone la introduce chiedendo quanti tra i presenti abbiano meno di 25 anni (o qualcosa del genere). Io alzo la mano, scemo e beato, e con me tanti altri. Manuelone risponde: “Questa è per voi, babbi di minchia”. E io, nell’unico momento di tersa lucidità della serata, mentre cerco di non prendermi troppe gomitate o scarpate a ridosso del pogo, comincio a sospettare che questo qui mi sta prendendo per il culo, è lì per fare il figo, non per dare qualcosa a me, a noi, i babbi di minchia.

Maturità.

A sentire gli Afterhours vado qualche altra volta, so i pezzi di HPDB a memoria, ma la crepa non si è rimarginata. Compro Non è per sempre il giorno che esce nei negozi, ne resto per metà soddisfatto, per metà delusissimo (un anno dopo lo rivenderò). In cuor mio penso che non è più amore folle, ma siamo ancora buoni amici.

Tutto finisce nel 2002. Tournée di Quello che non c’è, gli After sono diventati grandi, grossi. Anch’io sono in una fase nuova: non sono più fanatico, ho fatto scendere Manuelone dall’Olimpo, diffido del pubblico che ormai è scalato anagraficamenrte di una generazione. Seguo il concerto – al Live Club di Trezzo sul’Adda, inizio maggio – quasi interamente dal banco del bar. Non li riconosco, non mi ci riconosco. Brindo a quello che sono stato, saluti, baci e via.

2002-2014

In questi anni degli Afterhours non mi frega più niente, cambio rotta, cambio stile.

Ulteriore doppio preambolo 

Se c’è un’operazione che ormai trovo  banale è il reload dopato di un disco famoso. Non dico che non la si debba fare, queste cose hanno un pubblico e tutti abbiamo in casa almeno una versione deluxe di un disco che abbiamo amato (io per esempio mi sono rifatto la discografia dei Pavement). Ma ormai è banale, ammettiamolo.

Altra idea ormai lisa a furia di candeggiarla è la formula duettoni con ospiti: ampiamente legittima se ti chiami Zucchero, Ramazzotti, Carboni, Antonacci, Pezzali, se bazzichi la scena di RadioItalia. In tal caso niente da dire. Ti rivolgi già a un pubblico conservatore e ingenuo quanto basta a ritenerti un figo perché Fegiz scrive che hai trafficato con gli americani.

Oggi

Oggi nel senso di qualche giorno fa, l’amica C. che è una fan degli Afterhours (lo era, fino a qualche giorno fa) molto più ortodossa di me, twitta riguardo alla riedizione/rielaborazione di Hai paura del buio?: “avrei preferito ascoltare Mojo Pin rifatta da Valerio Scanu”. Non poteva cascarmi nell’orecchio miglior pulce.

Ascolto il disco 2 del nuovo HPDB, il reload dopato, e lo trovo ancora più bolso e insulso di quanto avessi ipotizzato facendo a priori la semplice addizione delle sopraelencate banalità #1 e banalità #2. Non sono poi tanto sconvolto dal guazzabuglio di ospiti (Bennato! Finardi! Suzuki! Lanegan! Dulli! Negramaro! ma allora dài potevi metterci anche Pezzali, così sì che avresti fatto saltare il banco) quanto dalla constatazione che per un gruppo che si è sempre dato un certo tono (rocker non banali, gente impegnata, sì la ricerca ma senza disdegnare il riffone e la melodia) mettere una nota a piè di pagina così musicalmente disorganica a un disco così musicalmente organico e per giunta lunga quanto detto disco è una sbrodolata che non serve a nessuno – tranne forse che a me, nel 2014, per confrontarmi con me, del 1997, e dedurre e capire qual è stato l’istante e perché non ci è rimasto poco più di niente.

A me sembra che Manuelone abbia appena chiesto, dal palco: “chi di voi c’era diciassette anni fa” e una volta di più lo stia facendo per tirarsela, non per dare qualcosa a me, a noi, i babbi di minchia.

Fine analisi musicologica e conclusioni (fine)

Uno dei punti di forza di Hai paura del buio? nel 1997 era l’omogeneità, dicevo: l’impianto chitarre/violino/basso/batteria aveva un suono personale e benissimo amalgamato – che per contrasto faceva spiccare anche i pezzi acustici o più vari dal punto di vista della strumentazione. La produzione era asciutta e al tempo curatissima, piena di microvariazioni e sorprese nascoste. Nel 1997 quello era un disco che non somigliava a nient’altro, aveva qualcosa di impercettibilmente italiano (non solo i testi: c’era anche dell’altro, e ancora oggi faccio fatica a distinguere cosa, forse una metrica non orrenda e un’espressività vocale che italianizzava i cliché rock anglofoni anziché andare in direzione contraria) che non ti faceva sentire obbligato a citare un gruppo straniero a caso per descriverlo.

Nel 2014 il miglior disco degli Afterhours (non so se sia il più importante dell’ultimo ventennio, non mi interessa, è importante per quello che ero io diciassette anni fa) si vede crescere addosso come gemello siamese una compilation di esercizi di stile che manda a farsi benedire l’equilibrio di suoni e produzione di cui sopra, rovinando un po’ anche il talento innegabile del M. Agnelli versione 1997 di restare quasi sempre in equilibrio, come autore di testi, tra il colpo di genio e la vaccata gratuita (cavalieri sieropositivi? neve al centro dell’inferno? ma sul serio credevamo a questa roba?). Ci vogliono autoironia, serietà e faccia di tolla per gestire una maschera del genere, ci vogliono in dosi calibrate, a un certo punto forse è andato tutto a rotoli.

Mi fermo qui, volevo mettere un po’ di ordine ed è uscita una bloggata di categoria mi hanno rovinato uno dei miei dischi preferiti, mi hanno preso tutto. Ho scritto troppo e speso troppo tempo per scrivere, quindi pubblico. Colgo l’occasione per mandare tanti saluti al me stesso del 1997 che adora Hai paura del buio?. Lo ascolta spesso e gli rimprovera un solo  difetto: suona a volume un po’ basso – ma magari prima o poi esce il remaster e si sistema tutto.

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2 pensieri riguardo “Long Time Ago When We Were “Babbi di minchia”

    1. Beh, sì, al posto di portare nel mainstream il meglio dell’underground – o indie, o chiamalo come vuoi – pare che abbiano portato giù il peggio di quello che sta su.

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