Ben Chasny spiegato parlando di qualche suo disco a caso

Ben Chasny è uno dei miei chitarristi preferiti. Lo amo in quanto “musicista che fa cose con la chitarra” prima ancora che come virtuoso dello strumento, non so se mi spiego. Dal vivo l’ho visto due volte, e per varie ragioni (queste e queste) non me lo sono mai goduto davvero. L’unica volta che ho attaccato bottone con lui, non sapevo che diamine dirgli. Come del resto non ho mai saputo cosa diamine dire se non “hey, great gig, man” a tutti i Fichissimi che ho visto dal vivo e incrociato dopo i concerti. Ben Chasny ha da poco pubblicato un disco – l’ennesimo – che mi piace; colgo quindi l’occasione per proporne una monografia parziale, disordinata, frammentaria e inaffidabile.

(immagine presa da qui)

1. Comets on Fire – Comets on Fire

Ben Chasny non ci suona nemmeno (avrebbe cominciato a bazzicare i Comets dal disco successivo), ma senza i Comets on Fire non sarei arrivato a conoscerlo. Questo è uno di quei dischi che ti gasano mentre li ascolti e due minuti dopo che hai spento non ricordi più neanche un pezzo talmente ti hanno sconquassato. Genere: spaccare tutto.

2. Comets on Fire – Avatar

Quand’ero giovane e leggevo le recensioni dei grandi dischi della storia del rock ce n’erano sempre due o tre in cui spiccava il luogo comune dell’interplay chitarristico. Cioè, due chitarristi ganzi che suonavano da dio insieme. Happy Trails, Marquee Moon, roba così. Questo è un disco del genere. Uno dei due chitarristi, qui, è Ben Chasny, che gravitava nell’orbita Comets più o meno dal secondo disco e che suona esattamente come il suo compare Ethan Miller. Niente di pazzesco, roba blues super-marcia e riffoni da cannaioli senza più la violenza ignorante e l’arsura venuta dall’altro mondo dei primi due album (Fields Recordings from the Sun miglior disco degli anni 2000), ma essendo uscito nel 2006 me lo sono goduto comunque più di certi classici da enciclopedia.

3. Six Organs of Admittance – School of the Flower / The Sun Awakens

Dove finalmente spiego perché Chasny mi piaccia così tanto: perché negli anni ha affiancato al mestiere di chitarrista blues fuzz psichedelico marcio la ricerca sullo strumento acustico, possibilmente in accordatura aperta, possibilmente in pezzi da sei minuti tutti uguali o vignette da centoottanta secondi. Dell’aggettivo ipnotico per descrivere la musica ripetitiva si abusa, altroché, ma da dilettante del fingerpicking confermo che non c’è niente di più autoipnotizzante dell’intonare lo stesso bordone arpeggiato per cinque, dieci, quindici minuti. È una forma di meditazione – mi viene da ridere mentre lo scrivo ma è così – un bel modo di immergersi nel nulla, o nel tutto, a seconda della vostra inclinazione filosofica. Di riferimenti religioso-spirituali i tanti dischi incisi da Chasny a nome Six Organs sono zeppi ma onestamente non ci ho mai dato troppo peso, mi basta che ripropongano con la giusta freschezza la formula ripetizione ripetizione ripetizione che è vecchia come la musica:

I due dischi citati li ho scelti un po’ a caso, un po’ perché entrambi contengono il Pezzo Lungo Quasi un Lato che è un altro cliché immancabile del Classico da Enciclopedia preso e attualizzato per quanto si può.

4. Rangda – False Flag

Supergruppo! Con Chris Corsano e Sir Richard Bishop.  False Flag è il più riuscito dei due album che hanno inciso. DISCONE.

5. New Bums – Voices in a Rented Room

(Che poi sarebbe il motivo di questo post)

C’è una cosa che ho sempre sottovalutato, di Ben Chasny: la voce languida e dolciastra. Nei dischi dei Six Organs è quasi un accessorio, una spruzzata di zucchero in mezzo ai raga e alle geometrie del fingerpicking. In Voices in a Rented Room è importante quanto la chitarra, perché il disco dei New Bums è fatto prima di tutto di canzoni strutturate, ripeto strut-tu-ra-te. Ai primi ascolti non mi diceva granché, perché è musica dalle dinamiche esili, senza sezione ritmica, senza ritornelli forti, nuda. È tutto sussurrato, sull’impianto folk i Chasny e il suo socio Donovan Quinn degli Skygreen Leopards (mai sentiti, Internet preparati perché appena ho tempo indago) lavorano di cesello, ed è proprio quando aggiungono quel pizzico di ingrediente a sorpresa che il disco decolla. Una o più slide elettriche qui, un eco sporco là, un richiamo western e uno etnico, un assolazzo ma suonato in punta di dita sull’acustica, e poco a poco scopri un album che, per quanto mi riguarda, nei suoi momenti migliori sta a metà strada tra i Big Star più minacciosi (Terzo Album) e i Grant Lee Buffalo di Mighty Joe Moon, indimenticata gemma splendente degli anni Novanta. Un esempio (non il meglio del disco, i maledetti non hanno niente in giro in streaming e mi riesce difficile linkare il pezzo più strepitoso dell’album che è Sometimes You Crash, ma accontentiamoci):

Per le analisi tecnico/teoriche, le tablature e gli esercizi di indipendenza delle dita ci sentiamo un’altra volta. Anzi, mi segno che se dovesse ricapitarmi di attaccare bottone con Ben Chasny gli chiedo ma tu che plettri usi?

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