Billy Ficca e il sabato del villaggio

Era ovvio che non ci si potesse aspettare di vederli giovani e belli come quarant’anni fa, i Television, ma è stato bello crederci fino a un secondo dalla loro entrata in scena. Comprare il biglietto per un concerto del genere è un Sabato del villaggio che può durare anche mesi, prima dell’istante in cui davvero ti rendi conto dell’età che hanno nel mondo reale i tuoi beniamini e del fatto che presumibilmente due su quattro lo stanno facendo soltanto (non “soprattutto”, come gli altri due) per i soldi e per saldare un credito di visibilità e applausi rimasto in sospeso dal 1978 (sì, come i Velvet Underground quando si riformarono nel ’93).

Eh sì, si invecchia. Invecchiare da batteristi rock, per giunta, è forse più ingrato che farlo da chitarristi o bassisti: perdi inevitabilmente un po’ di baldanza ed energia, lasci per strada un po’ di “tiro” e forse la capacità stessa di allenarti. Ora, ci sono batteristi vecchi a cui di questo non potrebbe fregare di meno, per questioni di stile (uno fra tutti: Ralph Molina, che con Neil Young suona lo stesso ritmo, con lo stesso tiro, da quarant’anni). Ce ne sono altri che, ormai in attivi o poco attivi, di tanto in tanto si ritrovano catapultati nella reunion del proprio vecchio gruppo che suona il suo disco più celebre. Tipo Billy Ficca.

L’altra sera, cinque minuti prima che iniziasse il concerto dei Television, il tizio che avevo alle spalle oltre a dire una cosa tipo dai tom vernel se non vieni fora te smaccio la camisa roso dall’impazienza, ha fatto anche il battutone tutto contento: il mio preferito è Billy Fica. Billy Fica. Ah ah. Fica. Fica. E da quel momento la pietra angolare della serata è diventato, senza volerlo, lui, Billy, con la sua giacchettina smanicata di jeans. Billy che a vederlo dal vivo conferma di non essere un batterista ortodosso: suona tutto storto, tiene il ritmo sul charleston sia da destro che da mancino,  mette terzinati quasi jazzistici dove non dovrebbero stare, è molto arioso, poco rock, tutt’altro che punk (e sull’equivoco dei Television “gruppo punk” per ora sorvoliamo). E a sessantaquattro anni è ahimè scarico, un po’ indietro sulle rullate, poco energico e spesso un po’ indeciso sul da farsi, mai trascinatore – dispiace dirlo, ma credo abbia letteralmente affossato tanto Little Johnny Jewel quanto Marquee Moon per incapacità di tenerle in piedi nelle fasi centrali, quando DEVE esserci il crescendo e il batterista è l’unico che può accompagnarlo, assecondarlo, enfatizzarlo: quello che succede nei dischi, dei quali, non ci fossero i due stronzetti in prima fila con le chitarre, Billy sarebbe protagonista indiscusso (invece eravamo tutti lì ad aspettare che Verlaine partisse in orbita assecondato dagli altri, invece Verlaine tentava il decollo ma nessuno gli andava dietro, anzi, ha un certo punto ha persino steccato una nota letteralmente nel vuoto, mentre tutte le speranze di assistere a qualcosa di almeno lontano parente di quel che abbiamo sentito in The Blow Up, o anche solo nel Live at the Old Waldorf, andavano in cenere).

E insomma, bisognava farlo e l’abbiamo fatto, il biglietto per la celebrazione laica di Tom Verlaine chitarrista e dei Television gruppo fantastico e pilastro della storia del rock, ma non c’è stata l’apoteosi che contro ogni pronostico speravamo; non è stato un concerto di quelli da cui esci dicendo eh questi qui avranno anche la loro età ma spaccano le ossa a tanti giovinastri. È stata un’esibizione dignitosa di un gruppo storico, qualcosa tipo andare a vedere i Pink Floyd nel ’94 senza tutto l’apparato scenico, con il grande capo carismatico al centro della scena a tener tutti in attesa di un suo assolo, i comprimari d’antan un po’ bolsi ma ancora al suo fianco, un bravissimo semi-turnista a reggergli il moccolo con grande mestiere (Jimmy Rip, ovvero le parti di Richard Lloyd suonate paro paro e, quando ne ha avuto la possibilità, un assolo più verlainiano del Verlaine).

Tutti bravi, tutto bene, ma se non fossimo corsi in 20 minuti al Magnolia a beccarci gratis l’ultimo terzo del concerto di Ty Segall (del quale ho già detto qui; confermo che, nonostante sul piano della produzione discografica sia entrato in una fase un po’ stagnante, dal vivo lui e il suo gruppo rimangono una macchina da guerra) avremmo rimasticato un po’ troppo il sapore di un concerto tanto, tanto atteso e forse bello più per quanto l’abbiamo aspettato che per quanto abbiamo ascoltato.

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2 pensieri riguardo “Billy Ficca e il sabato del villaggio

  1. Ma sì dai, mi ricordo che già anni fa ci struggevamo via blog per non averli mai visti! Se ho capito bene è stata solo la seconda volta che suonavano in Italia in 40 anni?
    Io non avevo grandissime aspettative, e mi è piaciuto; illuminante in effetti per cancellare del tutto l’equivoco “Television = gruppo punk”. (ero lì e mi dicevo: “perché lo pensavamo? per il 77?”) Un grande classico invece, e molto professionismo americano.

  2. Sì, lo pensavamo – e forse lo pensano tutti – per il ’77 e il milieu newyorkese, dài. Una postilla alla prestazione del povero Billy: ero molto avanti, praticamente a ridosso del palco, in quella “zona grigia” in cui senti un misto tra l’audio del palco e quello delle casse. Magari da dieci metri più indietro la batteria, amplificata compressa e pompata dall’impianto, usciva un po’ più decisa.

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