Beate soglie della mezza età (Arto Lindsay, saggezza, snobismo, Gualazzi, GUALAZI)

Devo essere cresciuto, o invecchiato, o addirittura invecchiato e passato oltre la fase “brontolone”.

Una volta, da giovani, andare a un concerto era una dichiarazione di appartenenza e identità sin dal primo minuto, da quando si metteva piede sul treno o si girava la chiave dell’auto. Tutti impettiti, si parlava di musica dall’inizio del viaggio all’inizio del concerto, e dalla fine del concerto agli ultimi saluti, e si prendeva posizione, perentori, sui musicisti e sulle musiche e perciò sulla vita tutta.

Normale: sei giovane, hai bisogno di confermare la tua identità e lo fai ogni volta che puoi, lo fai solo ai concerti se tendenzialmente sei uno sfigato che va solo ai concerti. Apri la coda da pavone che sfoderi solo lì, fatta di chiacchiere e sentenze sparate col bazooka, e speri che tutti gli altri, intorno, la vedano.

Ora, da circa una decina d’anni si è in un’epoca più riflessiva nella quale andare a un concerto non è più soltanto sottolineare un’appartenenza o identità ma, spesso e volentieri, farsi una gita/rivedere amici/godersi lo spettacolo senza spaccare troppo i maroni allo sfortunato che hai accanto e si deve sorbire le tue chiacchiere da studente in adrenalina perché sta per salire sul suo primo aereo per il Rock. Ergo, si parla non soltanto di musica, e se si parla di musica non è più per piantare paletti. Tutt’al più magari scrivi quattro cazzate sul blog che aggiorni ogni due o tre mesi.

Ma cosa succede se dietro di te, una sera di luglio, sta seduto uno che raggiunta l’età adulta è rimasto nella fase del territorial pissing tramite saccenza musicale? Ti incazzi, certo, ma siccome sei Vecchio e Saggio non ti giri a dirgliene quattro (anche perché il tizio straparla durante il concerto e tu preferisci ascoltare quello), sarebbero perle ai porci e non conquisteresti nulla se non un mezzo litigio e l’adesivo SNOB sul paraurti della metaforica Cadillac rosa con la quale di lì a poco mostrerai a tutti che tu te ne vai, non è ancora cominciato il concerto della Star e tu te ne vai, perché di queste capre ne hai abbastanza.

Esatto, la Star non ha ancora suonato e tu te ne vai dopo aver sentito il gruppo di supporto anche se non si trattava di un “gruppo di supporto” in senso stretto: il gds vero è qualcuno di cui generalmente non frega una mazza a nessuno dei presenti, che si becca qualche applauso, qualche fischio (aumentano in maniera direttamente proporzionale alle dimensioni del concerto), qualche commento sarcastico dai Veri Fan della Star. In vita mia ho visto più gds scarsi/non interessanti che gran fighi. L’unico gds clamoroso che mi viene in mente così su due piedi sono i Pearl Jam che suonano prima degli U2 allo stadio Bentegodi nel ’93.

In compenso ho visto due volte gli An Emotional Fish, una sempre al Bentegodi. E schiere di gente inutile di cui io stesso, ahimé, in un caso o due ho fatto parte: la morale è che magari fai due chiacchiere con gente che ammiri un sacco, ma non è bello avere di fronte un locale pieno, ma di gente che non ti si fila.

Foto (c) Pier Luigi Balzarini
Foto (c) Pier Luigi Balzarini presa da qui

Tornando a bomba: mercoledì sera c’era Arto Lindsay al Festival di Villa Arconati, ma c’era anche Raphael Gualazzi. Io non so bene come funzionino queste cose: forse il promoter di Lindsay doveva farlo suonare per forza in zona Milano/Nord Italia e non c’erano altri buchi o locali liberi, forse c’è stato un qui pro quo organizzativo, fattostà che Arto Lindsay + Band + Ospite speciale Marc Ribot (che se per me non è Gesù poco ci manca) si sono ritrovati a fare da gds a uno che pratica letteralmente un altro sport rispetto al loro.

E non lo dico con sprezzo né con snobismo: è come accoppiare una scarpa e una ciabatta (grazie Vale) e c’è poco da meravigliarsi se nei vuoti tra una canzone e l’altra o nei momenti meno bombastici (highlight: Arto e Ribot che suonano in duetto Let’s Get Lost, con Ribot impeccabile jazzista cubista e Arto a schiantare bordate di rumore) si colgono perle come:

non è male la musica, ma il cantato è monocorde

non è ‘sto granché: se non fosse uno della scuderia di Brian Eno…

– [su Marc Ribot] sembra Eric Clapton

certo che per usare la chitarra e fare quei rumori lì allora son capaci tutti, metti una base registrata ed è tanto uguale

Frasi alle quali il me stesso impettito di tanti anni fa si sarebbe ribellato spiegando al gualazziano che le pronunciava che “quei rumori lì” li ha praticamente inventati Lindsay etc etc etc, che forse riguardo al rapporto Eno/Lindsay ci sarebbe qualche puntino sulla i da mettere, che Eric Clapton di fronte a Marc Ribot può giusto prostrarsi.

(Parentesi, appena entrati a Villa Arconati e origliate le ultime note del soundcheck di Lindsay – cosa che ci ha fatto capire che avrebbe suonato per primo – passeggiamo sul vialetto che porta alla zona concerto. Incrociamo Arto e la band. Saluti, sorrisi. A breve distanza, un dinoccolato panzettone con i capelli grigi arruffati e l’aria sudata e polverosa: non è un povero cristo in giro a fare moneta, è  il mio idolo assoluto Marc Ribot. Saluti, sorrisi, io che nel mio solito inglese farfugliato di quando incontro un mio idolo e non so cosa dirgli abbozzo qualcosa tipo “sei il mio eroe bacio la terra su cui cammini”, e lui, come a dire ma piantala: Naaaah, man, we’re all learning…)

Dicevo, anni fa mi sarei inviperito seduta stante. Ora no, ora mi rendo serenamente conto che un promoter distratto o chissà quale logica di programmazione hanno accoppiato la scarpa e la ciabatta, ed è soltanto nella fantasia che faccio una piazzata al mio gualazziano vicino di posto, o uso toni inviperiti per scrivere un post che sputa veleno sui gusti musicali abietti di gente che nel mio immaginario snob si crede raffinata perché ascolta Gualazzi, o me la meno perché Lindsay & Band hanno suonato solo 45 minuti o poco più (un concerto notevole, tra l’altro: sempre a distanza di sicurezza dalla zona Montecarlo Nights senza sfondare mai il confine, con le bordate di rumore di chitarra a zavorrare il suono do Brasil elettronico percussionistico un po’ Novanta in territori molto meno scontati di quanto si potesse temere; e con Marc Ribot a impreziosire gli ultimi, bah, dodici minuti). Ora no: veni, vidi, mi alzai dal posto durante l’intervallo (scena all’uscita: ma uscite e rientrate? No.), tornai a casa entro mezzanotte, mi alzai presto e bene la mattina dopo, vici. Beate soglie della mezza età.

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