Un post lungo e scritto vent’anni fa sul miglior disco degli anni Novanta

AVVERTENZA: quella che segue è una sbrodolata sentimentale, autoreferenziale e autoindulgente sull’album Timothy’s Monster dei Motorpsycho, che è al ventennale e che nell’anno dei ventennali di dischi ganzi non ho visto granché citato negli angoli di Internet che frequento. Mi sarebbe piaciuto farne qualcosa di molto compiuto e approfondito, ma non è il mio mestiere e soprattutto non ho nessuna voglia di scrivere un pezzo da giornalista con l’analisi documentata eccetera: scrivo un po’ per prendere confidenza con un computer nuovo, un po’ perché mi va, ma con una certa indolenza. In questo momento, per dire, no ho nemmeno voglia di alzarmi e prendere il cd per leggere il libretto, e per riascoltare mentre scrivo mi affiderò a Spotify. L’unica documentazione che porto è la memoria traballante che spero mi aiuti.

Spero. Perché stavo per dire: Timothy’s Monster ricordo benissimo la prima volta che lo ascoltai. Aspettavo l’autobus per tornare a casa, un sabato mattina, mi ero fatto prestare il cd e, per la smania di ascoltarlo, anche un discman. Nel 1994 il mio walkman a cassette era rotto da un paio d’anni e personalmente mi trovavo nel pieno della conversione al compact disc.

Timothy’s Monster però usciva nell’estate 1994 e dubito che fosse arrivato già a settembre o ottobre qui in provincia. Perciò non è vero che ricordo benissimo la prima volta che lo ascoltai, perché non saprei dire se fosse nell’autunno del ’94 o più nella primavera ’95, ma di sicuro non oltre marzo-aprile ’95. Ricordo il dettaglio della fermata dell’autobus, del discman in prestito, ma soprattutto la sensazione di fastidio nel non riconoscere l’inizio del primo pezzo, registrato molto basso e cantato in punta di voce, tanto che il rombo del motore del bus quasi lo copriva, ma ancora meglio ricordo la botta quando, a circa due minuti dall’inizio di Trapdoor, entra di colpo il basso che fino a quel momento non ti eri accorto non esserci, e le orecchie già ostruite dagli auricolari collassano sotto il peso del crunch di un Ampeg con otto coni. Dopo il basso entra l’assolazzo alla Dinosaur Jr e scatta la pelle d’oca e l’innamoramento. Sono vent’anni che quel pezzo lo ascolto e mi fa lo stesso identico effetto. Sono quindici anni che ogni volta che mi capita di registrare qualcosa con il mio gruppo cerco di mettere almeno un mezzo assolo tipo quello lì.

Credo che proprio i Dinosaur Jr siano il motivo per cui i Motorpsycho finirono nella lista della spesa del proprietario del cd e del discman (ciao Gianni). Doveva averne letto qualcosa sul Mucchio Selvaggio, li paragonavano ai Dino nella rubrica Bassifondi. Io dei Motorpsycho avevo leggiucchiato  su Rumore (la scelta di campo in suo favore data autunno 1993, dal numero con in copertina i Living Colour, era il tempo in cui seguire un gruppo, per me, era come tifare una squadra di calcio, e avevo salutato l’ingresso di Doug Wimbish in formazione come un gran colpo di mercato). Non sapevo altro – mi risparmio la tirata sulla vita di quando non c’era Internet – se non che uno di loro aveva i dread  e che erano norvegesi. A dirla tutta, per come li presentava Rumore mi ero fatto l’idea che fossero più ostici e forse se avessi ascoltato Demon Box e i due Ep prima e non dopo Timothy li avrei considerati tali: nel 1993-94 il massimo della musica pesante che ascoltavo erano, appunto, i Living Colour, con qualche sprazzo di Psalm 69 dei Ministry giusto per.

In questo paragrafo avrei dovuto spiegare perché TM è uno snodo fondamentale nella discografia dei Motorpsycho e tuttavia, al contempo, un unicum, ma alla fine non l’ho scritto perché dalle casse usciva Kill Some Day. Ascoltala anche tu, forza, la spiegazione della musica di cui cerco di parlare/che cerco di ricordare è tutta lì. L’epico dell’hard rock, la melodia dell’indie di quegli anni, e un gusto nell’arrangiare e nel suonare che nessuno più, secondo me, ha avuto nelle stesse proporzioni. E quel senso di speranza di quando finalmente apri gli occhi dopo una delusione d’amore quando Bent canta I see things somewhat different now.

Ora nelle casse c’è On My Pillow che è più o meno il mio pezzo preferito dei Motorpsycho e che non ho mai mai mai avuto la fortuna di sentire dal vivo, io che come ogni fan appena decente dei Motorpsycho  li ho visti una dozzina di volte. Comunque, è un altro pezzo in cui si ripete il miracolo: su un impianto indie/slacker registrato con molto impatto live ma poca attenzione ai lustrini, roba che con l’indie/slacker del 1994 c’entra giusto per via Dinosaur Jr. e poco altro. L’assolazzo, un altro assolazzo del mio eroe d’allora e di sempre Snah Ryan, e riffoni presi dal rock pesante, e quelle sospensioni che sono il motivo per cui qualche anno dopo il post rock mi piaciucchia ma non conquista: il pieno/vuoto, il quiet/loud o come diamine lo si chiamava, con gli arpeggi e i crescendo, io ce l’avevo già in questi sette minuti e ventuno. If you find me please remind who I am. Parla di uno che vuole dormire tutto il giorno sul suo cuscino e ciao ciao a tutti, l’indolenza (di nuovo) fatta canzone, l’evoluzione agli steroidi, ma senza un briciolo di poesia in meno, di I’m Only Sleeping di John Lennon.

(PS: mentre cercavo riferimenti su Youtube ho trovato un video dei Motorpsycho in concerto a Roma, 1994. Fanno anche On my Pillow, terza canzone in scaletta, e devo ammettere che se l’avessi ascoltata lì l’avrei trovata un po’ deludente. Non linko, perciò)

Un altro dei momentoni del disco è quando si sente il Fender Rhodes all’inizio di Beautiful Sister, la canzone d’amore tipo “ho sbagliato perdonami” che avrei tanto voluto cantare alla ragazza che non avevo. A ben vedere, dal punto di vista strettamente emotivo, Timothy’s Monster è più 1995, un inizio estate in cui galvanizzato da Jack Frusciante mi sentivo epico punk parrocchiale e costantemente sfigato con le ragazze, soprattutto con quella da cui riuscii a farmi invitare a cena, salvo vomitarle nel cesso e chiudere la serata alle dieci e mezza collassato, grazie alla mezza bottiglia di vino – che non reggevo – scolata così a cazzo all’aperitivo, per timidezza. Ma sto divagando. Beautiful Sister non è altro che l’antipasto all’altro mio pezzo preferito dei Motorpsycho, mio e di mezzo mondo dei loro fan, che ha l’incipit più bello della storia del rock, rullata e riff: Wearing Your Smell, nel senso che a 19 anni e senza fidanzata non c’è fantasia più dolce e romantica e struggente e frustrante (ma sempre dolce) che immaginare di avere addosso il profumo di lei, di una lei. E di nuovo l’assolazzo di Snah a punteggiare la digressione. Can you see I’m not dead yet, but I’m working on it.

Now It’s Time to Skate è l’unico pezzo di TM che tutto sommato boh.

Giftland invece è il motivo per cui i Motorpsycho sono grandissimi, ti immagini Bent Saether che all’inizio del pezzo è ritto sulla cima di un iceberg a galla in un fiordo (cioè, nel 1994 senza Internet te lo immagini lì, con i dread al vento e l’orecchino nel naso), e ai suoi piedi i vichinghi che tambureggiano. Ed è un altro pezzo malinconico dolceamaro ma che diamine scrivo a fare, c’è Internet. In ogni caso è uno dei brani che restituiscono a noi giovani negli anni Novanta il Mellotron (grazie Deathprod), e il piacere di ascoltare un mattonazzo epico di dieci minuti senza sentirci  sfigati.

Watersound è un peccato che arrivi alla fine del primo cd (oggi sono un patito del vinile che all’epoca per me semplicemente non esisteva, e l’unico formato in cui il mio cervello codifica Timothy’s Monster è il doppio cd), quando sei sfinito da quella prima, perché è bellissima ma, a quel punto, di troppo.

E a quel punto parte The Wheel, che sarà la Shine On You Crazy Diamond della nostra mezza età, e qui davvero non ho niente da dire, è IL TRIP e nel momento del 2014 in cui scrivo è tardi e comincio ad avere sonno, dura un quarto d’ora e convertirà tante giovani menti della mia generazione al TRIP nel senso lato della RIPETIZIONE ossessiva, specie chiusi in saletta e spaccati di canne. No, aspetta, il vero TRIP della ripetizione ossessiva arriva due pezzi dopo (Sungravy non la conto perché a questo punto del disco i postumi di Giftland si sentono ancora tanto e i pezzi di impianto più acustico rimangono sospesi in una nebbiolina arancione da sole artico/desertico negli occhi) con Grindstone che è un riff e basta e basta e basta con una voce (penso Snah) stritolata dal parossismo (una volta, vent’anni fa, lessi la parola “parossismo” in una recensione di Daniela Amenta e da allora ce l’ho sempre qui pronta all’uso) di voler urlare non so bene quale incazzatura a non so bene chi. Comunque, questo è il momento in cui i Motorpsycho stritolano all’eccesso la propria incarnazione pseudo-metal, almeno fino al periodo post-abbandono di Gebhardt in cui torneranno a fare le pesantezze (venate di prog, per giunta) che su disco fanno tuttora e che in fondo in fondo non mi piacciono. Qui sono violenti e ripetitivi e cattivi e parossistici, e dopo averti rotto le palle per cinque minuti lasciano che Deathprod si sollazzi con la manopola FEEDBACK dell’eco e ti spacchi la testa per centotrentadue secondi netti in cui non ce la fai più e vorresti passare oltre ma pensi adesso finisce adesso finisce adesso finisce adesso finisce e invece no. Soltanto a sette minuti e dodici, finalmente, reespiri. E torna la nebbiolina, che però si dirada. The Golden Core è praticamente Giftland parte seconda, ed è una sensazione di appagamento epidermico perfettamente compiuta, dopo i saliscendi dell’ora e venti che l’ha preceduta. Come sederti sazio su un pratone sotto il sole dopo un pranzo da quindici portate, hai diciannove anni e l’estate davanti. There is a time for everything / When even you can be a king.

Non so che altro dire, se non che Timothy’s Monster è il mio secondo disco preferito. Il primo è Revolver ma credo che se li avessi ascoltati nell’ordine inverso sarebbe diversa anche la classifica.

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