Appunti su Mac DeMarco visto dal vivo a Milano (Magnolia, 30 novembre 2014)

Partiamo illudendoci che al concerto di Mac DeMarco troveremo giusto quattro gatti. Arrivati al Magnolia facciamo ancora una volta i conti con il nostro isolamento culturale: quello che credevamo un outsider da massimo 100–150 paganti ha riempito il locale, per giunta a 15 euro e la domenica sera. Evidentemente leggiamo i giornali sbagliati, seguiamo i social network sbagliati o le persone sbagliate sui social network, e non abbiamo il polso della situazione. Ma di questo, in fondo, chi se ne frega: è stato un po’ come quando andammo a teatro a vedere Luca Carboni e ci accorgemmo dell’esistenza di un pubblico estraneo alle nostre categorie estetiche, e di un Carboni reale diverso da quello che in anni e anni avevamo mitizzato nel nostro lessico famigliare pop.

direttamente dal cellulare, un minuto prima che il concerto iniziasse, il colpo d'occhio che mi ha fatto pensare "ma quant'è famoso Mac DeMarco"
direttamente dal cellulare, un minuto prima che il concerto iniziasse, il colpo d’occhio che mi ha fatto pensare “ma quant’è famoso Mac DeMarco?”

Ridimensionerò il trauma soltanto qualche giorno più tardi, scoprendo che Salad Days, l’ultimo disco di Mac DeMarco, sta nella top 10 dell’anno nientemeno che di Rolling Stone, con tanti saluti alla mia torre d’avorio (e bravi loro a citare Harry Nilsson). Ma quelle sono menate mie. Da un punto di vista molto più concreto, il lato negativo di tanta notorietà è che davanti a una folla che canta sempre i primi 2/3 versi delle canzoni a memoria e accenna stage diving d’entusiasmo, DeMarco tende a gigioneggiare, come volesse scusarsi di essere così serio quando canta e suona, laddove il pubblico si è fatto un’idea diversa.

Non io: nel mio isolamento avevo ingenuamente dedotto che Mac DeMarco fosse un tipo serio. Cioè, leggete i testi dell’ultimo disco, ascoltate quanto pathos riesce a mettere nella voce quando canta, malgrado sia sempre apparentemente svagato, sentite che raffinatezza gli intrecci strumentali, pur basati su pochi, pochissimi ingredienti. Sono cose che spiccano anche dal vivo, nonostante il concerto non rientri nella categoria “supera le previsioni”: Mac è perfettamente padrone del palco, il gruppo (bravissimo) lo segue alla perfezione, tutto fila liscio, le canzoni sono godibili come su disco.

Ma ci sono le pause, nelle quali – questo almeno il mio sospetto – DeMarco si ricorda di essere famoso tra i giovani in quanto cazzone, e pertanto fa il cazzone, a gratis. Sfodera battute inutili sul suo continuo accordare e riaccordare la chitarra, suona tre volte il tema della “Famiglia Addams” (avranno visto i tabelloni con la pubblicità del musical uscendo dalla tangenziale est), chiede se ci sono canadesi in sala e cazzeggia con loro, asseconda le battute del bassista che presenta al pubblico il chitarrista, “Stevie Nicks”, e giù pirlate.

Questo io fatico a digerirlo. Qui sembrano quasi tutti contenti di battere il tempo quando c’è La Famiglia Addams, qui sono quasi tutti venuti a venerare questa specie di slacker del 2014, qui fanno quasi tutti le corna con la mano quando, a mo’ di bis, parte un disgustoso e per niente serio medley Enter Sandman/Smoke on the Water, ovvero il modo peggiore di chiudere in maniera dozzinale, oratoriale, gratuita e cialtrona un concerto che per un’ora aveva mantenuto in equilibrio precario cazzeggio e raffinatezza.

Forse il vero Mac DeMarco ce lo godremo tra dieci anni, quando si vergognerà un po’ meno di essere un ottimo autore, musicista e interprete, e quando l’attuale generazione di suoi giovani fan avrà messo la testa a posto e andrà a vederselo con serenità e senza pretendere gli eccessi, un po’ come quelli di noi che andarono a vedere i Pavement della reunion dopo averli incrociati nei primi anni Novanta.

Io nel frattempo continuo ad ascoltarlo sullo stereo di casa (è uno dei dischi del 2014, immagino che entro gennaio metterò anch’io insieme una mia top 10) e pensarlo come me l’ero sempre immaginato: un posato nipote di Harry Nilsson e Jonathan Richman, l’ultimo erede di una genealogia pop che sarà anche solo nella mia testa, ma chi se ne importa.

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