L’anno scorso

Per me è stato un anno con meno musica nuova del solito. Reduce da anni di ganzonette in cui cercavo l’aggiornamento continuo, sono andato in tilt e ho rallentato bruscamente. Del 2014 mi rimangono quindi pochi dischi usciti nel 2014. Probabilmente tra 5-6 anni guarderò indietro e riscoprirò anche i bei dischi migliori dei miei che stanno nelle vostre classifiche. Per ora è così (al netto degli Sleaford Mods sui quali intendo esprimermi soltanto dopo un’attenta esegesi dei testi):

10. Fire! Orchestra – Enter

L’avrò ascoltato non più di quattro volte, avendolo scoperto a metà dicembre circa nella classifica di fine anno di Fabio. Lo metto nella top ten perché meglio questo che D’Angelo come disco dell’ultimo momento e in quanto fioretto su “cosa vorrei ricominciare ad ascoltare di più nel 2015”. Ovvero musica un filo più difficile, completa, totale, ambiziosa rispetto alla mia media recente. Mica potrò continuare con i ripescaggi degli Henry Cow o degli Art Bears dallo scaffale dei cofanetti.

9. Pontiak – Innocence

O, l’ennesima puntata della mia travagliata storia con i Pontiak. Li avevo dimenticati, questo disco rientra nella categoria “album che ti piacciono più che altro perché nella discografia hai saltato i due prima”. Quindi ok così, e perché contiene questa che ho ascoltato in un momento brutto e che se ascolti in un momento brutto ti fa piangere.

8. Cool Ghouls – A Swirling Fire Burning Through the Rye

Categoria canzonette/ganzonette, ma lontana dal garage-bubblegum rockettaro che ormai è molto di moda (e che noia/delusione i dischi di King Tuff e Ty Segall quest’anno, tanto per citarne due). I Cool Ghouls sono più Byrds, più Bees (dimenticati autori di un capolavoro che a suo tempo omaggiai con una sbrodolata sul defunto indiepop.it), meno ammiccanti, più epici.

7. New Bums – Voices in a Rented Room

Ne ho scritto un po’ qui.

6. Reigning Sound – Shattered

Se Jack Oblivian è i miei Rolling Stones, Greg Oblivian è il mio Bruce Springsteen.

5. Jack White – Lazaretto

E Jack White è il mio Prince. Super-mainstream ma con un’intelligenza musicale strepitosa. Passatista ma mai banale. Non so cos’altro dire, cioè, è Jack White, mica i Master Musicians of Caviaga.

4. Mac DeMarco – Salad Days

Ne ho scritto un po’ qui.

3. Chain and the Gang – Miminum Rock’n’Roll

Premio speciale “miglior concerto che non ho visto”. L’album sulle prime mi sembrava meno bello di quello prima, ho finito per trovarlo irresistibile e consumarlo, nozze sfarzose con fichi secchi di retorica gospel-agitprop e composizione rock-soul-garage.

2. Neneh Cherry – Blank Project

Il disco senza chitarre che mi ha fatto temporaneamente passare la voglia di chitarre. E cantato da dio, e suonato bene, una sfacciata dimostrazione di carisma e cazzutaggine. Un’opera, un Album coerente in epoca di singoli, streaming con pubblicità e playlist al microonde, non so se rendo. “Weightless” tra le canzoni dell’anno e degli ultimi 4-5 anni. Anche qui grandi ricordi privati.

1. Gruff Rhys – American Interior

Una cosa troppo grossa per liquidarla in cinque righe, perché il disco è anche un libro che è anche un film che è anche una app (che è anche, per quanto mi riguarda, concerto dell’anno), ed è riuscito, riuscitissimo, in ogni dettaglio, malgrado l’apparente stralunatezza del suo autore che, alla maniera di un Wayne Coyne ma molto meno drogato, sembra sempre capitato lì per caso e però è perfettamente conscio di quello che fa. Non ne ho mai scritto “in diretta” perché volevo tenermi per fine 2014 un pippone riassuntivo. Arriverà.

(Londra, luglio 2014, uno spaesato Gruff Rhys a colloquio con un verboso Iain Sinclair: due miei idoli in un colpo solo)
(Londra, luglio 2014, uno spaesato Gruff Rhys a colloquio con un verboso Iain Sinclair: due miei idoli in un colpo solo)
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