“Blues Explosion!”

Così una sera vado a sentire Jon Spencer, o meglio l’incatalogabile Jon Spencer Blues Explosion (incatalogabile per chi come me tiene i dischi in ordine alfabetico: io dopo lunghe meditazioni ho optato per la J). È la seconda volta in vita mia: la prima, nel 1997, e questo lascia intendere che si tratterà dell’ennesimo concerto misura-invecchiamento, mio e di chi suona sul palco.

Li hanno usati tutti, e a volume molto alto
Li hanno usati tutti, e a volume molto alto

Loro, i Jon Spencer Blues Explosion, la Jon Spencer Blues Explosion, se la cavano ancora bene: Spencer, capello tinto a parte, è ancora perfettamente padrone del palco e del suo ruolo da maestro di cerimonia un po’ Elvis un po’ ciarlatano da fiera un po’ fumetto rock and roll, con l’unica pecca comincia a intonare il grido di battaglia”Blues Explosion!” un po’ tardi, circa al quarto-quinto pezzo, che è indice di poco gasamento [ma poi capirò perché: all’inizio del concerto salta il programma del macchinario che comanda l’impianto luci, e dopo una ventina di minuti occorre una riunione strategica con i musicisti per capire quali fari ripristinare; prima, cioè per la prima ventina di minuti di esibizione, i tre suonano illuminati da un paio di tremendi faretti da cantiere, non certo una scenografia di quelle che ti gasano]. Quanto ai sodali di Spencer, pestano duro come e più di sempre: Russell Simins è ancora uno dei migliori batteristi che tu possa vedere su un palco, Judah Bauer, se non è perfetto lui per il ruolo di spalla ultra-cazzuta (oltre che di pseudo-sosia di Steve Buscemi) non lo è nessuno. (Stavo per scrivere: è il Keith Richards di Jon Spencer ma no, JSBX sono dei Rolling Stones con due Keith Richards; oddio, anche gli Stones hanno due Keith Richards, perché Ron Wood che cos’è se no? Ma non divaghiamo). La scaletta gira intorno al paio di dischi post-se ribeccamo e, a parte qualche buon colpo in canna (Blues Explosion Man, un pezzetto di Bellbottoms, She’s On It che la sua porca figura la fa, What Love Is dei Dead Boys cantata proprio da Simins) è tanto massiccia nell’esecuzione quanto, tutto sommato, monocorde: quello che ai tempi era un trio dirompente, incatalogabile non per motivi di ordine alfabetico ma perché andava letteralmente da tutte le parti (revivalismo blues-garage, remix con i deejay fighi, allure metropolitana e hip come nessun altro al mondo), nel panorama musicale iperfrazionato e senza centro di oggi è un onesto e scattante, trio rock.

Ma allora cosa sono venuto a fare, visto che tutto potevo aspettarmelo e forse, forse non valeva il biglietto?

Be’, sono venuto a chiudere, ma questo lo scopro soltanto a fine serata, un cerchio aperto nel 1994, quando lessi su Rumore la recensione di Orange che terminava con un cliché del tipo “mi raccomando, da ascoltare rigorosamente in vinile”. Io all’epoca ero in quinta superiore, non avevo mai sentito parlare di Jon Spencer (il che spiega perché non abbia mai sviluppato lo snobismo dei puristi garage che in quegli stessi anni lo guardavano storto perché poco puro, appunto, o meglio i Pussy Galore eccetera) e non bazzicavo negozi di dischi abbastanza fighi da avere o ordinare Orange in vinile. Anzi, all’epoca manco li compravo più, gli Lp (l’infatuazione per il vinile era durata giusto il tempo di farmi mezza discografia dei Beatles e altre cose relativamente più esotiche, tipo il primo dei Living Colour, no, dài, non era molto esotico, eh, nel 1989 passavano spesso su Videomusic). Fu quindi per una spesa di compact disc che anticipai i soldi al mio compagno di classe che andava a prendere i dischi a Gallarate, da Carù, dove gli feci prenotare un paio di album che mi avrebbero cambiato la vita. Uno era, appunto, Orange, che in Cd avrò ascoltato un milione di volte e portato letteralmente ovunque, tra il 1995 e il 1999. L’altra sera, al concerto di Jon Spencer a Brescia, l’ho ricomprato: in vinile, come avevo letto ai tempi su Rumore.

Avrei voluto anche partire con un excursus su JSBX ma oggi ho riletto questo articolo e direi che contiene già tutto e che dice cose verissime per moltissimi di noi attuali 35-40enni che all’epoca ascoltavamo quella roba. Poi ovviamente ognuno ha la sua variante autobiografica – la mia era che nel 1996 ero finalmente semi-emerso dalla provincia e andavo a comprare Now I Got Worry, il disco successivo a Orange nonché probabilmente il miglior disco di Spencer (anche se, come se non si fosse capito, è Orange il mio disco del cuore), a Milano da Psycho, nella vecchia sede di via Molino delle Armi, dove maestro di cerimonia e grande profeta del garage-blues era l’indimenticato Stiv con cui poi avrei anche stretto amicizia e tentato di suonare grosso modo le stesse cose che vedevo suonare da Spencer al Bloom di Mezzago qualche tempo dopo (1997, credo): uno dei concerti più sudati che io ricordi.

Ecco, a Stiv ho pensato tantissimo mentre cercavo di riconoscere i pezzi nuovi e un po’ scialbi di Jon Spencer e soci, l’altra sera. Alla fine è stato anche per lui e Alessio che sono andato fino a Brescia, per loro e per immaginare con quale battuta caustica e un po’ stronza avrebbero apostrofato Jon Spencer e i suoi capelli evidentemente tinti.

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3 pensieri riguardo ““Blues Explosion!”

  1. Wonderful memories of 90s Bloom… Jon che dopo il concerto irrompe nel negozietto di dischi con un minuscolo megafono blaterando incomprensibili public announcements… Con Cristina Martinez ed i Boss Hog (sudato molto anche lì… non solo per la musica)… Uno dei primissimi appuntamenti with my future wife a vedere nientemeno che i Satantango….

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