Luca Carboni Top Cinque

Quello che dovevo dire su Carboni l’ho già detto due anni fa. Qui metto una svelta Top Cinque in ordine sparso, per via di una roba che è iniziata ieri su Twitter.
Escludo a priori i Colossi che tutti dovreste conoscere a memoria, quindi niente Farfallina, Primavera, Silvia lo sai, Ci stiamo sbagliando.

#1 Vieni a vivere con me
(Come già dissi, Potremo essere felici / fare un mucchio di peccati vale una carriera)

#1 Caro Gesù
I soldi lo so, non danno la felicità / immagina però come può stare chi non li ha. Credo che la mia crisi esistenzial-religiosa di preadolescente sia cominciata con questa canzone.

#1 Fragole buone buone
Dovrebbe stare nei colossi ma la metto qui per il groove e perché sostanzialmente non ha il ritornello (ha solo strofa e incisi, praticamente) e i pezzi che funzionano senza avere il ritornello sono fighissimi.

#1 Sarà un uomo
Quando la musica leggera italiana ha le visioni del futuro, cfr. anche Finardi con gli Anelli di Saturno.

#1 Persone silenziose
A me questa ha sempre commosso e depresso più di qualunque Joy Division, che vi devo dire.

(fuori per un pelo: I ragazzi che si amano, Gli autobus di notte, L’amore che cos’è)

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Marc Ribot, dal vivo a Ferrara

Marc Ribot, gennaio 2016

Non era la prima volta in assoluto, ma la prima volta in versione totalmente solista acustica sì. Tempo prima l’amico Fabio l’aveva recensito dicendo che “in un set fa tutto quello che si può fare con una chitarra acustica” e confermo, è così e c’è davvero poco altro da aggiungere: tempo di riprendere confidenza con il palco del Ferrara Jazz Club dopo il soundcheck pomeridiano (arrivava dritto dall’Irlanda, gli si leggeva in faccia SONO STANCO E DA CHE SONO IN EUROPA NON HO SMALTITO IL JET LAG) inizia con una improvvisazione in cui mescola senza soluzione di continuità tutto quello che gli passa per la testa, blues, bossa, jazz, rumore e Avanti popolo, con le dita o col plettro o con tutti e due. Poi si ferma e dice due cose, oltre a ringraziare: 1) Adesso vi suono un po’ di brani, roba di Coltrane, Ayler, e altri che vi dico se mi ricordo, in ogni caso se avete domande mi trovate giù al bar dopo; 2) Per favore non usate il flash e soprattutto non scattate foto se la macchina fa rumore, regolatevi così: se riuscite a sentirla vuol dire che è già troppo. Dopodiché si lancia in un’altra ora scarsa di musicalità estrema ed equilibrio assoluto tra istinto puro e tecnica dominata alla perfezione e gestita con misura perfetta, ovvero il massimo che si possa pretendere da un musicista. Ha fatto Fat Man Blues, ha fatto un pezzo di John Zorn che, paradossalmente, era il più difficile da seguire sullo spartito e il più disordinato/incomprensibile nel risultato (prevedeva l’utilizzo di un ponticello in più sotto le corde e di un palloncino), ha fatto… tutto quello che si può fare con una chitarra acustica, lasciando di stucco il mio vicino di posto che, esclamando un incredulo “ma da dove esce questo?” alla fine del concerto ha rinnovato i miei pregiudizi sulla lungimiranza e sull’apertura mentale del jazzofilo medio.

(la macchina con cui ho scattato le foto non fa rumore)

“Blues Explosion!”

Così una sera vado a sentire Jon Spencer, o meglio l’incatalogabile Jon Spencer Blues Explosion (incatalogabile per chi come me tiene i dischi in ordine alfabetico: io dopo lunghe meditazioni ho optato per la J). È la seconda volta in vita mia: la prima, nel 1997, e questo lascia intendere che si tratterà dell’ennesimo concerto misura-invecchiamento, mio e di chi suona sul palco.

Li hanno usati tutti, e a volume molto alto
Li hanno usati tutti, e a volume molto alto

Loro, i Jon Spencer Blues Explosion, la Jon Spencer Blues Explosion, se la cavano ancora bene: Spencer, capello tinto a parte, è ancora perfettamente padrone del palco e del suo ruolo da maestro di cerimonia un po’ Elvis un po’ ciarlatano da fiera un po’ fumetto rock and roll, con l’unica pecca comincia a intonare il grido di battaglia”Blues Explosion!” un po’ tardi, circa al quarto-quinto pezzo, che è indice di poco gasamento [ma poi capirò perché: all’inizio del concerto salta il programma del macchinario che comanda l’impianto luci, e dopo una ventina di minuti occorre una riunione strategica con i musicisti per capire quali fari ripristinare; prima, cioè per la prima ventina di minuti di esibizione, i tre suonano illuminati da un paio di tremendi faretti da cantiere, non certo una scenografia di quelle che ti gasano]. Quanto ai sodali di Spencer, pestano duro come e più di sempre: Russell Simins è ancora uno dei migliori batteristi che tu possa vedere su un palco, Judah Bauer, se non è perfetto lui per il ruolo di spalla ultra-cazzuta (oltre che di pseudo-sosia di Steve Buscemi) non lo è nessuno. (Stavo per scrivere: è il Keith Richards di Jon Spencer ma no, JSBX sono dei Rolling Stones con due Keith Richards; oddio, anche gli Stones hanno due Keith Richards, perché Ron Wood che cos’è se no? Ma non divaghiamo). La scaletta gira intorno al paio di dischi post-se ribeccamo e, a parte qualche buon colpo in canna (Blues Explosion Man, un pezzetto di Bellbottoms, She’s On It che la sua porca figura la fa, What Love Is dei Dead Boys cantata proprio da Simins) è tanto massiccia nell’esecuzione quanto, tutto sommato, monocorde: quello che ai tempi era un trio dirompente, incatalogabile non per motivi di ordine alfabetico ma perché andava letteralmente da tutte le parti (revivalismo blues-garage, remix con i deejay fighi, allure metropolitana e hip come nessun altro al mondo), nel panorama musicale iperfrazionato e senza centro di oggi è un onesto e scattante, trio rock.

Ma allora cosa sono venuto a fare, visto che tutto potevo aspettarmelo e forse, forse non valeva il biglietto? Continua a leggere ““Blues Explosion!””

Il disco dei Blur nelle parole di un fan ritardatario

Insomma nel casino attuale ho la sensazione sempre più netta che certe recensioni istituzionali/ingessate di dischi e dei prodotti culturali in genere mi diano sempre meno, che l’oggettività e il cosiddetto “canone” siano concetti sempre più vaghi (troppi contesti diversi in relazione ai quali si prendono le misure all’oggetto recensito) e che leggere o ascoltare  il parere di qualcuno su qualcosa significhi sempre più spesso leggere a mo’ di cartina al tornasole chi o cosa è/può darmi quel qualcuno in relazione a quel qualcosa.

Questa premessa-scoperta dell’acqua calda a chiarire perché l’ultimo disco dei Blur non mi risulti brutto. Può darsi, per esempio, che sia merito del semplice fatto che la mia storia personale non rispetta le tappe tradizionali  dei fan o semplici aficionados del gruppo. Per dire, tra il ’94 e il ’97 preferivo gli Oasis (ancora mi chiedo perché) e, pure in seguito, dei Blur ho sempre subito la musica (dalle autoradio, dalla Tv) anziché entrarci, tranne un breve e nemmeno troppo intenso interessamento per Blur, che aveva tra i suoi pregi quello di essere influenzatissimo dall’indie americano che all’epoca per me contava mille e mille volte più del britpop.

Fino a Blur, per dire, il mio rapporto con i Blur si era limitato a qualche ricordo sbiadito del video in cui rovinavano un pranzo tirando roba da mangiare (“e comunque sono meglio gli Stone Roses”), l’incipit della recensione di RumoreModern Life is Rubbish (“Uccideremo il fenomeno baggie“, confesso che ci misi un bel po’ a capirla), un passaggio dal vivo a un festival di Sonoria i cui pezzi da 90 erano certi vecchioni a cui ancora davo corda o cercavo di darla vent’anni fa, il mio solito giudizio aprioristico sbagliato (vedi alla voce 883) quando di fronte al video di Girls & Boys profetizzai “ma dove vogliono andare co’ ‘ste canzoncine”. Ah, avevo anche ammesso, con in testa le cuffie di una postazione d’ascolto al Virgin Megastore di Milano, che “a fare il pop sono bravi ma boh” (da Luca stronca The Great Escape, memoriale inedito), ma per il resto, ripeto, fino al 97-98 solo tiepidissimo interesse.

La cosa non cambiò nemmeno troppo con 13 e quello dopo: bella e tutto Tender ma d’istinto e per snobismo (gli espositori pieni nei megastore: vade retro, scappo subito a vedere se è uscito qualcosa di nuovo di John Zorn) stavo lontano da quel disco (oggi lo considero un classico malriuscito, figlio del suo tempo difettoso e in quanto tale affascinante), cominciava a esserci il post rock oppure dio sa cos’altro ascoltassi all’epoca, mentre Think Tank non me lo sono proprio filato di pezza, erano pure rimasti in tre perdendo per strada quello che d’istinto mi sembrava il più simpatico e poi, santo cielo, ero stato a Londra e avevo scoperto Banksy, e questi qui Banksy lo avevano in copertina, nononnò, l’avevo scoperto io (sì certo), era roba mia, non dei Blur.

A ogni modo, quello che mi stava d’istinto più simpatico è quello che poi ha fatto almeno due dischi di cui, a prescindere dai Blur, mi sono innamorato perso e grazie ai quali sono rientrato, di sbieco, nella discografia integrale del suo gruppo-mamma, consumandola da vero ascoltatore avido soltanto negli ultimi 4-5 anni.

(Trafila completa: download massiccio di tutto lo scaricabile, heavy rotation diurna e notturna, visti dal vivo l’anno scorso a Milano R, comprato il Box Set, sparato sentenze come se vent’anni fa girassi esclusivamente in Fred Perry, laddove in cima alla mia heavy rotation del 1995 ci sono Pavement e Throwing Muses e probabilmente i Primus).

(Specularmente, l’Indie americano di cui mi ammazzavo vent’anni fa non lo tocco quasi più, mi ha dato troppo e lo ha fatto relativamente a un periodo troppo preciso della mia vita)

(Specularmente, c’è un altro gruppo che nei Novanta mi sono perso totalmente e che oggi amo, alla follia, molto più dei Blur: i Super Furry Animals. Anche loro a un certo punto ho deciso di ascoltarli per bene dopo un disco solista, il primo di Gruff Rhys, ma questa è un’altra lunga storia)

Chiaro che, viste queste premesse, The Magic Whip fosse il primo disco dei Blur per cui mi sono detto “ah, fico, non vedo l’ora che esca”. Ultimamente lo sto ascoltando abbastanza spesso e non lo trovo brutto, anzi.  Trovo che abbia una bella storia da raccontare, e probabilmente la cosa va al di là della musica.  Forse, a voler spaccare il capello in quattro, e se non trovassi un po’ abusata l’idea milleusi di narrazione, direi che a farmi venire voglia di “entrarci”, in questo disco, è il pacchetto completo: l’aneddotica sulle session di registrazione a Hong Kong, i testi ancorati a quel preciso momento e luogo, la mitologia vera, falsa o presunta delle dinamiche relazionali in un gruppo pop (che diciamolo, nel pop ha sempre fatto metà del lavoro), il calibratissimo lancio su tutti i mercati e piattaforme un pezzettino alla volta, il concerto a numero chiuso in differita una tantum su youtube (e conseguente leak dei pezzi nuovi, ma suonati dal vivo), insomma, mi piace che a fronte della polverizzazione estrema del modo in cui circolano la musica e le informazioni sulla musica ci sia ancora in giro dell’ottimo marketing mainstream, fatto dai buoni anziché dagli U2.

Poi, oh, questa oretta di musica con il gelato in copertina il suo senso ce l’ha, per quanto mi riguarda, ed è apparentatissimo agli ultimi dischi solisti di Albarn e Coxon (sì, anche Coxon: A+E ha dentro roba storta, sintetica e ripetitiva come raramente prima; Everyday Robots l’ho ascoltato poco, non ero dell’umore). Qui, fossimo in una recensione istituzionale/ingessata, dovrei dilungarmi sul quid, ma so che tanto l’avete ascoltato già tutti. Mi piacciono in particolare I Thought I Was a SpacemanPyongyang, e pure Ong Ong  che sembra una cazzata e invece trovo struggente, ascoltate bene il testo.

(La bozza era nata come risposta alla recensione di Bastonate, ma i commenti erano chiusi e mi sono impantanato qui)

L’anno scorso

Per me è stato un anno con meno musica nuova del solito. Reduce da anni di ganzonette in cui cercavo l’aggiornamento continuo, sono andato in tilt e ho rallentato bruscamente. Del 2014 mi rimangono quindi pochi dischi usciti nel 2014. Probabilmente tra 5-6 anni guarderò indietro e riscoprirò anche i bei dischi migliori dei miei che stanno nelle vostre classifiche. Per ora è così (al netto degli Sleaford Mods sui quali intendo esprimermi soltanto dopo un’attenta esegesi dei testi): Continua a leggere “L’anno scorso”

Beate soglie della mezza età (Arto Lindsay, saggezza, snobismo, Gualazzi, GUALAZI)

Devo essere cresciuto, o invecchiato, o addirittura invecchiato e passato oltre la fase “brontolone”.

Una volta, da giovani, andare a un concerto era una dichiarazione di appartenenza e identità sin dal primo minuto, da quando si metteva piede sul treno o si girava la chiave dell’auto. Tutti impettiti, si parlava di musica dall’inizio del viaggio all’inizio del concerto, e dalla fine del concerto agli ultimi saluti, e si prendeva posizione, perentori, sui musicisti e sulle musiche e perciò sulla vita tutta.

Normale: sei giovane, hai bisogno di confermare la tua identità e lo fai ogni volta che puoi, lo fai solo ai concerti se tendenzialmente sei uno sfigato che va solo ai concerti. Apri la coda da pavone che sfoderi solo lì, fatta di chiacchiere e sentenze sparate col bazooka, e speri che tutti gli altri, intorno, la vedano.

Ora, da circa una decina d’anni si è in un’epoca più riflessiva nella quale andare a un concerto non è più soltanto sottolineare un’appartenenza o identità ma, spesso e volentieri, farsi una gita/rivedere amici/godersi lo spettacolo senza spaccare troppo i maroni allo sfortunato che hai accanto e si deve sorbire le tue chiacchiere da studente in adrenalina perché sta per salire sul suo primo aereo per il Rock. Ergo, si parla non soltanto di musica, e se si parla di musica non è più per piantare paletti. Tutt’al più magari scrivi quattro cazzate sul blog che aggiorni ogni due o tre mesi. Continua a leggere “Beate soglie della mezza età (Arto Lindsay, saggezza, snobismo, Gualazzi, GUALAZI)”

Billy Ficca e il sabato del villaggio

Era ovvio che non ci si potesse aspettare di vederli giovani e belli come quarant’anni fa, i Television, ma è stato bello crederci fino a un secondo dalla loro entrata in scena. Comprare il biglietto per un concerto del genere è un Sabato del villaggio che può durare anche mesi, prima dell’istante in cui davvero ti rendi conto dell’età che hanno nel mondo reale i tuoi beniamini e del fatto che presumibilmente due su quattro lo stanno facendo soltanto (non “soprattutto”, come gli altri due) per i soldi e per saldare un credito di visibilità e applausi rimasto in sospeso dal 1978 (sì, come i Velvet Underground quando si riformarono nel ’93). Continua a leggere “Billy Ficca e il sabato del villaggio”

Una cosuccia riguardo al ventennale

Il camerino / backstage area / chiamatelo come volete del Bloom di Mezzago è zeppo di graffiti scritti o incisi sui muri, dei gruppi che ci hanno suonato. In un paio di angolini c’è scritto anche Kurt o qualcosa che c’entra con Kurt Cobain. Si tratta sicuramente di falsi perché il camerino / backstage area è stato ritinteggiato, se non sbaglio, a fine anni Novanta, e i Nirvana, lo sanno anche i muri, questi e altri, passarono al Bloom parecchio tempo prima. E però, sotto sotto, ancora oggi non c’è musicista o imbucato che sotto sotto non vada alla ricerca del graffito originale di Kurt, e questo vorrà pur dire qualcosa.

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Ben Chasny spiegato parlando di qualche suo disco a caso

Ben Chasny è uno dei miei chitarristi preferiti. Lo amo in quanto “musicista che fa cose con la chitarra” prima ancora che come virtuoso dello strumento, non so se mi spiego. Dal vivo l’ho visto due volte, e per varie ragioni (queste e queste) non me lo sono mai goduto davvero. L’unica volta che ho attaccato bottone con lui, non sapevo che diamine dirgli. Come del resto non ho mai saputo cosa diamine dire se non “hey, great gig, man” a tutti i Fichissimi che ho visto dal vivo e incrociato dopo i concerti. Ben Chasny ha da poco pubblicato un disco – l’ennesimo – che mi piace; colgo quindi l’occasione per proporne una monografia parziale, disordinata, frammentaria e inaffidabile. Continua a leggere “Ben Chasny spiegato parlando di qualche suo disco a caso”

Il concerto di Luca Carboni (Foto insomma e recensioni che vorrebbero esserlo)

Lunedì sera, 10 febbraio 2014 sono andato a sentire Luca Carboni. O meglio, a vederlo, perché ho scoperto una cosa: quel genere di concerti, i concerti mainstream di certa musica leggera italiana, sono esibizioni nel senso letterale della parola, cioè, l’artista si esibisce, si mostra, e canta normale, con pregi e difetti della sua voce, su basi normali, cioè suonate senza mezza sbavatura – e senza il minimo spazio per l’improvvisazione – da musicisti esperti e competenti.

Non sapevo cosa aspettarmi, lunedì, e tuttora non so quanto e se mi sia piaciuto: da quattro giorni mi ronza in testa che devo scrivere qualcosa del concerto di Luca Carboni, perché erano 25 anni e mezzo che volevo vederlo dal vivo (la prima volta che sperai di poter andare a un suo concerto erano i primi di luglio del 1988, avevo dodici anni e suonava allo stadio comunale di Sant’Angelo Lodigiano, LO, all’epoca ancora MI, ascoltai l’eco di Farfallina quattro chilometri di curve e campi più in là, grazie al vento). Ma da quattro giorni giro intorno alla questione e non so cosa dire: è come se per due ore avessi visto il Festivalbar su uno schermo 3D con ospite unico Luca Carboni. Che ha interpretato un bel repertorio (molte canzoni da Dustin Hoffmann Forever, specie nella prima parte) ma non mi ha dato granché.

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(l’armata rossa)

Il problema è tutto nelle mie aspettative, sbagliate: adoro la musica leggera italiana che ascoltavo da piccolo, un po’ perché è la musica della mia infanzia e preadolescenza, un po’ per meriti oggettivi (e Carboni è uno che ha meriti oggettivi, come Rispetto di Zucchero nonostante quello che è venuto dopo), ma negli anni sono diventato troppo snob e tendente alla mitologia spiccia del mio quotidiano – nel quale Luca Carboni è un eroe celeste che sconvolge il me dodicenne dicendo faremo un mucchio di peccati o parlando di quell’eroina che aveva appena finito di sterminare l’80% dei “grandi” di una generazione e mezzo prima della mia – per capire cosa poteva aspettarmi al Teatro degli Arcimboldi, Milano, il 10 febbraio 2014.

Dal 1987 in poi ho fatto crescere in vitro un’idea di Luca Carboni che è: Buoni i primi due dischi, eccellente il terzo omonimo, ottimo il quarto. Poi basta, giusto il finale de L’amore che cos’è e le strofe di Mi ami davvero e quasi tutto Le Band si sciolgono dignitosissimo ritorno all’eccellenza dopo anni. Carboni, quello con Fisico bestiale e Mare mare, non mi piacque granché all’epoca (a sua discolpa, arrivò nell’estate dei sedici anni in cui scoprii troppe altre cose) e non l’ho mai più rivalutato. E qui casca l’asino, perché il Carboni del 2014 è sì il ragazzo capace di fare un passo di lato rispetto ai vari Dalla & c., ma anche e soprattutto quello che è diventato negli ultimi vent’anni di carriera su trenta, quello che non sempre ha azzeccato i dischi e i pezzi, quello che tutti conoscono per Fisico bestiale e Mare mare (e magari non sanno neanche bene Sarà un uomo che lunedì sera è stato l’unico, vero, intensissimo momento di commozione, per quanto mi riguarda). E abbiamo voglia, noi che crediamo di saperne, a voler salvare il salvabile (per citare Bennato, un altro che dopo un pugno di dischi eccelsi a inizio a carriera ha fatto la fine che ha fatto).

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(grazie a Vale che è rimasta 45 secondi col cellulare puntato per fare la foto alla frase completa)

Quindi: divertente per mettere piede a teatro e ascoltare un Concerto Italiano, toccante per quei 4-5 pezzi su 20 che ha fatto, straniante quando la gente gli urlava VAI LUCA in momenti di assoluta stasi, quasi come a un ciclista in fuga solitaria in una gara non competitiva, o quando tutti si sono alzati perché FINALMENTE IL CONCERTO STAVA FINENDO E SI POTEVA BALLARE.

[Prossimamente: una vera recensione di Luca Carboni + elogio senza un briciolo di ironia o sarcasmo alla grande musica leggera italiana; perché Rispetto di Zucchero è un grandissimo disco; Television a Milano, ovvero il prossimo concerto in cui metterò a dura prova l’idea che mi sono fatto di un gruppo e di un disco che mi coccolo da una vita nella fantasia]

Ultima cosa: Luca parlava tra un pezzo e l’altro, chiudevo gli occhi e mi sembrava di sentire Tiziano Sgarbi.