Il disco dell’anno

Nel 2011 mi sono innamorato di Ty Segall. È una specie di surfista gonfio, è giovane e biondo, centra due ritornelli ogni tre canzoni che scrive, fa una specie di revival pop sgangherato anni novanta per chi ci tiene al revival (io no) lo irrobustisce con corpose dosi di garage sconosciute a tanti esponenti del lo fi di due decenni fa, suona musica allegra da finestrini abbassati e quando si fa cupo si inzuppa di psichedelia cialtrona. Nel 2010 aveva pubblicato “Melted”, che è la sintesi perfetta di tutto questo, nel 2011 ha sfoderato “Goodbye Bread” che è: il disco che Liam Gallagher ucciderebbe pur di saper scrivere; Neil Young senza menate; tre ore e mezza in cantina a berciare, prima o poi uscirà qualcosa di buono; il trionfo del quattro tracce su GarageBand; California über alles; la punta di diamante della canzonetta (vedi anche alla voce Mikal Cronin, Sic Alps, Thee Oh Sees e compagnia bella).

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Al terzo posto

Prima del 2011 Gruff Rhys aveva scritto una tonnellata di belle canzoni per i Super Furry Animals e per due dischi solisti, il primo in gallese, arrangiato in cameretta, spartanissimo, il secondo in inglese, meglio arrangiato ma a fedeltà non così bassa, anzi. Il terzo disco solista l’ha pubblicato nel 2011 (all’indomani di questa roba qui) ed è clamoroso, come un disco dei Super Furry Animals di quelli da-scaletta-impeccabile (Guerrilla?) ma capace di una splendida sintesi tra arrangiamenti pop/barocchi e freschezza, appunto “da cameretta”, oltretutto senza schiodarsi quasi mai dalle forme più canoniche di canzonetta. Il titolo è “Hotel Shampoo”.

Questo un esempio impeccabile di canzone-scritta-a-partire-da-un-loop, cosa che soltanto un vecchio lupo di mare dell’Indie Rock anni Novanta saprebbe fare:

Qui la dimostrazione che quando uno sa cantare/scrivere/arrangiare può partire anche da materia prima (giri di accordi) trita e ritrita:

Qui la raffinatezza (accompagnata a un video che lasciamo perdere)

Qui un pezzo dall’EP natalizio che è stata la colonna delle vacanze invernali 2011-2012 in questa casa:

Quinto

Sic Alps – Napa Asylum. Skip Spence, Skip Spence, Skip Spence, Skip Spence, Skip Spence, Skip Spence, Skip Spence, Skip Spence, lo-fi uscita dal 1994 che potrebbe essere hippie se la parola avesse ancora un briciolo di senso, Skip Spence, Skip Spence, Skip Spence, Skip Spence, Skip Spence, Skip Spence, Skip Spence.

(Qui una recensione del concerto)

In sesta posizione

Più si sale in classifica meno riesco a commentare, tanto sono ovvie le ragioni per cui questi dischi mi sono piaciuti: Cheap Perfume dei Bare Wires, per esempio, cos’altro è se non una splendida raccolta di ottime canzoni, anzi, canzonette? Girare attorno a influenze, richiami e rimandi è tempo perso, quando la prima necessità è canticchiare un ritornello. E di fronte a tanta bellezza spariscono anche i miei pregiudizi in materia di look (i baffi con i capelli così lunghi no, dài).

(sono stati anche in Italia, ma ho evitato volontariamente di andare a sentirli al Plastic)

In ottava posizione

(Ieri c’era un refuso nel titolo del post)

Natural Child – 1971, sempre in tema “il rock svuotato della mitologia e dell’epica di cui abbiamo piene le tasche”, tre marcioni di Nashville ci danno dentro, bevono e si drogano, perché sono giovani ed è il 2011, e non c’è malizia né calcolo né vanità, probabilmente fra un anno o due non saranno più nessuno. Parafrasando una cosa che ho appena letto: “If I wanted to listen to Sticky Fingers I’d listen to Sticky Fingers, but I don’t”. Altro disco da macchina.

Al numero nove

Jack Oblivian – Rat City. Del perché e del percome degli Oblivians (e dei Rolling Stones) abbiamo parlato qui.  Aggiungo: nella mia personale cronologia, questi sono i vecchi, quegli altri delle istituzioni, e in quanto tali croce e delizia. Del perché questo disco è così in alto: perché è l’unico rock classico che riesca a tollerare di questi tempi, perché avevo bisogno di musica stonesiana (e ridaje – su youtube c’è pure un video di Jack che suona Miss You con il poster di Mick Jagger sul microfono, ma non lo linko), perché ci sono i buoni sentimenti e le parentesi quasi danzerecce.

Dieci

E dopo i Dischi Caldi, la top ten: al decimo posto Kurt Vile – Smoke Ring for My Halo. È in giro da qualche anno, ha fatto altri dischi, tutti degni dell’ultimo che tuttavia nel 2011 gli ha dato visibilità in lidi più à la page di questo, oscilla costantemente tra la canzone-con-ritornelli-e-inciso e il loop di accordi con cinque-sei sovraincisioni di chitarra (controllare di quanta gente ha bisogno per fare le stesse cose dal vivo), sa dove mettere le mani ma non è quello che si dice un virtuoso – arrangia meglio di quanto sappia suonare in assolo – è il Disco da Macchina dell’anno, è il nuovo Tom Petty per chi non ha mai ascoltato Tom Petty (che a me, escluso “Wildflowers”, non piace).

(ha suonato anche nel disco di J Mascis)

All’undicesimo posto

Per gli Apache Dropout, titolari di un disco omonimo e di una session radiofonica persino più bella dell’album, oltre che del miglior singolo del 2011, vale lo stesso discorso appena fatto con i Night Beats, ma sostituendo al cliché dei 13th Floor Elevators quello dei Velvet Underground periodo White Light/White Heat. Nessuno qui ha intenzione di stracciare i poster dei VU, ma sapere che il succo e la polpa di quel modo di scrivere e interpretare canzonette sopravvivono con abiti nuovi è confortante (anche a fronte delle gesta imbarazzanti di certi reduci velvettiani, sulle quali preferiamo tacere).

(ma poi, guardateli: la cosa bella loro e di altri loro sodali è che non hanno manco per scherzo il physique du rôle della rockstar)