Luca Carboni Top Cinque

Quello che dovevo dire su Carboni l’ho già detto due anni fa. Qui metto una svelta Top Cinque in ordine sparso, per via di una roba che è iniziata ieri su Twitter.
Escludo a priori i Colossi che tutti dovreste conoscere a memoria, quindi niente Farfallina, Primavera, Silvia lo sai, Ci stiamo sbagliando.

#1 Vieni a vivere con me
(Come già dissi, Potremo essere felici / fare un mucchio di peccati vale una carriera)

#1 Caro Gesù
I soldi lo so, non danno la felicità / immagina però come può stare chi non li ha. Credo che la mia crisi esistenzial-religiosa di preadolescente sia cominciata con questa canzone.

#1 Fragole buone buone
Dovrebbe stare nei colossi ma la metto qui per il groove e perché sostanzialmente non ha il ritornello (ha solo strofa e incisi, praticamente) e i pezzi che funzionano senza avere il ritornello sono fighissimi.

#1 Sarà un uomo
Quando la musica leggera italiana ha le visioni del futuro, cfr. anche Finardi con gli Anelli di Saturno.

#1 Persone silenziose
A me questa ha sempre commosso e depresso più di qualunque Joy Division, che vi devo dire.

(fuori per un pelo: I ragazzi che si amano, Gli autobus di notte, L’amore che cos’è)

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L’anno scorso

Per me è stato un anno con meno musica nuova del solito. Reduce da anni di ganzonette in cui cercavo l’aggiornamento continuo, sono andato in tilt e ho rallentato bruscamente. Del 2014 mi rimangono quindi pochi dischi usciti nel 2014. Probabilmente tra 5-6 anni guarderò indietro e riscoprirò anche i bei dischi migliori dei miei che stanno nelle vostre classifiche. Per ora è così (al netto degli Sleaford Mods sui quali intendo esprimermi soltanto dopo un’attenta esegesi dei testi): Continua a leggere “L’anno scorso”

Dischi dell’anno? Dischi dell’anno.

Dunque, non è una vera classifica, nominerò un DISCO DELL’ANNO e tutti gli altri secondi a pari merito. Poi, non la faccio con velleità enciclopediche, ché di gente che compila liste e scrive ancora recensioni è piena Internet e normalmente per dire che cosa mi piace e perché in un attimo, in diretta, a chi mi bazzica in Rete ci sono piattaforme molto più comode. Poi ancora, non ho tempo né voglia di azzardare contestualizzazioni troppo raffinate, quello è un mestiere da giornalisti e qui è perlopiù questione di autoanalisi e riassunto a uso personale con la scusa del narcisismo da blog. Il presupposto è che la proliferazione dei social network-di-qualunque-cosa sta puntellando un equilibrio nuovo e un po’ più chiaro all’interno delle Cose di Internet: da una parte le istantanee degli aggiornamenti di stato, dall’altra roba che senza essere l’articolo lungo è scrittura su qualcosa e non necessariamente cronaca di. Quindi, più che una classifica una specie di guida all’ascolto, con link a compilation ad hoc caricata su 8tracks (saltate alla fine se vi pare troppo lungo).

Il disco dell’anno è BONE di degli A GIANT DOG.

Hanno un solo difetto: che praticamente non esistono. Nel 2013 dubito che abbiano suonato più di dieci volte dal vivo, sono un passatempo di gente che suona in OBN IIIs, Bad Sports, Bobby Jealousy, tutti impegnati con i loro dischi tra fine anno scorso e quest’anno. Ah, poi l’articolo indeterminativo nel nome che è una roba che non sopporto. In ogni caso, il disco dell’anno, come quasi tutti i miei dischi dell’anno, è difficile da spiegare senza dire la banalità: non c’è un pezzo brutto, fila dritto dall’inizio alla fine, la scaletta è impeccabile, si ascolta benissimo in macchina a cento all’ora, quando lo metto su in pubblico qualcuno chiede sempre “chi sono?”. Genere: RUOCK conciso. Motivo bonus 1: hanno la cantante più buffa del mondo. Motivo bonus 2: c’è un pezzo che si chiama NUTRIA, l’animale simbolo della bassa lodigiana, roba che se avessimo le targhe personalizzate per provincia, all’americana, ci sarebbe scritto LODI – THE NUTRIA STATE.

Il resto degli ascolti si è concentrato, come succede ormai da 3-4 anni, sul fronte canzonette: powerpop, garage punk, garage garage, ritornelli. Non è certo roba da carbonari, anzi, ed ecco i nomi più caldi dell’anno per quanto mi riguarda (niente link, fate voi):

Warm Soda – Someone For You [glam-fuzz scheletrico ma zeppo di ritornelli]
Cool Ghouls – Cool Ghouls [roba virata più sul country, ci sono molto affezionato perché li avevo nelle cuffiette le prime volte che, all’inizio di quest’estate, ho provato a uscire a correre]
Mikal Cronin – MCII [sta per fare il salto nel mainstream, se fossimo stati nel 1998 lo avrebbe fatto, il disco non è certo una bomba assoluta come il primo, anzi, è troppo virato grunge e ambizioso, ma cinque canzoni su dieci sono splendide]
Hunx & His Punx – Street Punk [Genere: fumetti in carne e ossa, venticinque minuti di sovraccarico sensoriale punk prima maniera]
Thee Oh Sees – Floating Coffin [Tra dieci anni ne parleremo come di uno dei gruppi cardine di questi anni, per incoerente coerenza stilistica e capacità di sintesi, non so quanti altri siano stati capaci come loro di mettere d’accordo fan della psichedelia, garagisti con il patentino, hipster curiosi e gente che vuole solo rockeggiare]
Nobunny – Secret Songs [Concerto perduto più rimpianto dell’anno, sembra un pirla ma è il più ramonesiano di tutti]
Cheap Time – Exit Smiles [Continua il percorso di Jeffrey Novak verso la sintesi perfetta tra Brian Eno versione Warm Jets e i Saints, protopunk glam raffinato e ruggine – per inciso, concerto dell’anno]
Primitive Hearts – High and Tight [Non è tanto il fatto di scrivere le canzoni di tre accordi: è il non scazzarli, quegli accordi, e il saper mettere insieme canzonette appiccicose al punto giusto]
Glitz – It’s Glitz! [Stesso discorso dei Primitive Hearts, con meno Ramones e più power pop generico]
Dirtbombs  – Ooey Gooey Chewy Ka-Bloowey! [Il disco di cover dance non me l’ero filato, questo di pezzi smaccatamente bubblegum è impeccabile. Non i Dirtbombs al loro massimo ma tutto sommato meno coperto di quanto avrebbe dovuto]
Oblivians – Desperation. [Un disco nuovo degli Oblivians, cos’altro dovrei dire?]
Mike Donovan – Wot [Quest’anno si sono sciolti i Sic Alps, e ne ho anche scritto. Poi Mike Donovan da solista ha fatto un album che è per metà Sic Alps acustico, quindi bello, per metà una roba degna di Chilton/Bell/Epic Soundtracks, quindi bellissimo. Scommetto due euro che il prossimo sarà un capolavoro]
Adam Widener – Vesuvio Nights [Altro pretendente alla corona di King of Power Pop attualmente in testa a Gentleman Jesse, uscito troppo tardi, lo sto ancora digerendo]
Ketamines – You Can’t Serve Two Masters [Eterogeneo rispetto alla media delle canzonette ma con quel retrogusto Nuggets che fa sempre il suo]
Fuzz – This Time I Got a Reason / Fuzz’s 4th Dream (Singolo) [L’album boh, bello ma troppo inchiodato allo schema Blue Cheer e oltretutto sono stanco di sentire Ty che canta come un Chipmunk; i due singoli che l’hanno anticipato sono molto più ganzi, specie questo che sul lato B ha il riff dell’anno]
The Go – Fiesta [Prolisso ma quando è bello è stupendo]
Bad Sports – Bras [Quello prima era eccellente, questo semplicemente bello, genere: power pop da autopista]
FIDLAR – FIDLAR [Altro caso di roba che nel 2013 è garage e nel 1997 sarebbe stata in heavy rotation su MTV]
Bill Callahan – Dream River [Meriterebbe più spazio e più parole, lo so, ma non ho ancora finito di capirlo bene. Di sicuro, se oggi c’è uno che sa come arrangiare le parole e le canzoni, oggi, è lui]

Per il resto ho ascoltato allo sfinimento chitarristi solitari che nel 2013 non hanno inciso niente essendo morti o vecchissimi (su tutti John Fahey, Jack Rose, Leo Kottke, Bill Orcutt – lui nel 2013 un disco l’ha fatto – ma ce ne sono altri) e inaugurato questo che chissà da che parte andrà.

Infine, la compilation con la roba di cui ho scritto e qualcos’altro da dischi che non mi hanno fatto impazzire malgrado contenessero qualcosa di buono, talvolta ottimo (Mark Lanegan, Eleanor Friedberger, Kelley Stoltz).

Buon 2014

Il disco dell’anno

Nel 2011 mi sono innamorato di Ty Segall. È una specie di surfista gonfio, è giovane e biondo, centra due ritornelli ogni tre canzoni che scrive, fa una specie di revival pop sgangherato anni novanta per chi ci tiene al revival (io no) lo irrobustisce con corpose dosi di garage sconosciute a tanti esponenti del lo fi di due decenni fa, suona musica allegra da finestrini abbassati e quando si fa cupo si inzuppa di psichedelia cialtrona. Nel 2010 aveva pubblicato “Melted”, che è la sintesi perfetta di tutto questo, nel 2011 ha sfoderato “Goodbye Bread” che è: il disco che Liam Gallagher ucciderebbe pur di saper scrivere; Neil Young senza menate; tre ore e mezza in cantina a berciare, prima o poi uscirà qualcosa di buono; il trionfo del quattro tracce su GarageBand; California über alles; la punta di diamante della canzonetta (vedi anche alla voce Mikal Cronin, Sic Alps, Thee Oh Sees e compagnia bella).

Al secondo posto

Arrivare al top della carriera, rischiare di sputtanarsi con due dischi mal riusciti e riprendersi con un disco straprodotto e, in potenza, sputtanante, non è da tutti: quasi come se gli U2 negli anni 2000 se ne fossero usciti con un disco al livello di Achtung Baby. Ma qui non si parla di rock da stadio né di epica applicata alla canzonetta, qui si parla di canzonetta applicata allo spasso, allo scazzo, all’unica cosa che posso e vogliono fare quattro musicisti appena decenti – ma che ha un certo punto hanno imparato a suonare, almeno in funzione di ciò che fanno – ma con un sacco di voglia di ubriacarsi, girare il mondo e limonare con le ragazze delle prime file. Oddio, Mark Ronson alla produzione, avrà pensato qualcuno: e invece no, “Arabia Mountain” dei Black Lips più che “prodotto” è “ordinato”, ogni cosa al suo posto ma mai in maniera noiosa, è pulito senza avere paura di dover mettere le pattine per entrare in soggiorno. E ha le canzoni, guardate quanti “singoli” girano su Youtube, e in un altro momento storico (tipo il 1995) anche le masse ne avrebbero goduto. Invece no, ma amen.

In realtà è così in alto perché io, nel 2011, dischi del 2011 così divertenti non ne ho sentiti.

Al terzo posto

Prima del 2011 Gruff Rhys aveva scritto una tonnellata di belle canzoni per i Super Furry Animals e per due dischi solisti, il primo in gallese, arrangiato in cameretta, spartanissimo, il secondo in inglese, meglio arrangiato ma a fedeltà non così bassa, anzi. Il terzo disco solista l’ha pubblicato nel 2011 (all’indomani di questa roba qui) ed è clamoroso, come un disco dei Super Furry Animals di quelli da-scaletta-impeccabile (Guerrilla?) ma capace di una splendida sintesi tra arrangiamenti pop/barocchi e freschezza, appunto “da cameretta”, oltretutto senza schiodarsi quasi mai dalle forme più canoniche di canzonetta. Il titolo è “Hotel Shampoo”.

Questo un esempio impeccabile di canzone-scritta-a-partire-da-un-loop, cosa che soltanto un vecchio lupo di mare dell’Indie Rock anni Novanta saprebbe fare:

Qui la dimostrazione che quando uno sa cantare/scrivere/arrangiare può partire anche da materia prima (giri di accordi) trita e ritrita:

Qui la raffinatezza (accompagnata a un video che lasciamo perdere)

Qui un pezzo dall’EP natalizio che è stata la colonna delle vacanze invernali 2011-2012 in questa casa:

Quinto

Sic Alps – Napa Asylum. Skip Spence, Skip Spence, Skip Spence, Skip Spence, Skip Spence, Skip Spence, Skip Spence, Skip Spence, lo-fi uscita dal 1994 che potrebbe essere hippie se la parola avesse ancora un briciolo di senso, Skip Spence, Skip Spence, Skip Spence, Skip Spence, Skip Spence, Skip Spence, Skip Spence.

(Qui una recensione del concerto)

In sesta posizione

Più si sale in classifica meno riesco a commentare, tanto sono ovvie le ragioni per cui questi dischi mi sono piaciuti: Cheap Perfume dei Bare Wires, per esempio, cos’altro è se non una splendida raccolta di ottime canzoni, anzi, canzonette? Girare attorno a influenze, richiami e rimandi è tempo perso, quando la prima necessità è canticchiare un ritornello. E di fronte a tanta bellezza spariscono anche i miei pregiudizi in materia di look (i baffi con i capelli così lunghi no, dài).

(sono stati anche in Italia, ma ho evitato volontariamente di andare a sentirli al Plastic)

In ottava posizione

(Ieri c’era un refuso nel titolo del post)

Natural Child – 1971, sempre in tema “il rock svuotato della mitologia e dell’epica di cui abbiamo piene le tasche”, tre marcioni di Nashville ci danno dentro, bevono e si drogano, perché sono giovani ed è il 2011, e non c’è malizia né calcolo né vanità, probabilmente fra un anno o due non saranno più nessuno. Parafrasando una cosa che ho appena letto: “If I wanted to listen to Sticky Fingers I’d listen to Sticky Fingers, but I don’t”. Altro disco da macchina.