Marc Ribot, dal vivo a Ferrara

Marc Ribot, gennaio 2016

Non era la prima volta in assoluto, ma la prima volta in versione totalmente solista acustica sì. Tempo prima l’amico Fabio l’aveva recensito dicendo che “in un set fa tutto quello che si può fare con una chitarra acustica” e confermo, è così e c’è davvero poco altro da aggiungere: tempo di riprendere confidenza con il palco del Ferrara Jazz Club dopo il soundcheck pomeridiano (arrivava dritto dall’Irlanda, gli si leggeva in faccia SONO STANCO E DA CHE SONO IN EUROPA NON HO SMALTITO IL JET LAG) inizia con una improvvisazione in cui mescola senza soluzione di continuità tutto quello che gli passa per la testa, blues, bossa, jazz, rumore e Avanti popolo, con le dita o col plettro o con tutti e due. Poi si ferma e dice due cose, oltre a ringraziare: 1) Adesso vi suono un po’ di brani, roba di Coltrane, Ayler, e altri che vi dico se mi ricordo, in ogni caso se avete domande mi trovate giù al bar dopo; 2) Per favore non usate il flash e soprattutto non scattate foto se la macchina fa rumore, regolatevi così: se riuscite a sentirla vuol dire che è già troppo. Dopodiché si lancia in un’altra ora scarsa di musicalità estrema ed equilibrio assoluto tra istinto puro e tecnica dominata alla perfezione e gestita con misura perfetta, ovvero il massimo che si possa pretendere da un musicista. Ha fatto Fat Man Blues, ha fatto un pezzo di John Zorn che, paradossalmente, era il più difficile da seguire sullo spartito e il più disordinato/incomprensibile nel risultato (prevedeva l’utilizzo di un ponticello in più sotto le corde e di un palloncino), ha fatto… tutto quello che si può fare con una chitarra acustica, lasciando di stucco il mio vicino di posto che, esclamando un incredulo “ma da dove esce questo?” alla fine del concerto ha rinnovato i miei pregiudizi sulla lungimiranza e sull’apertura mentale del jazzofilo medio.

(la macchina con cui ho scattato le foto non fa rumore)

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Recensioni buttate lì e foto boh: Mark Sultan, Piacenza

Visto il 16 gennaio al Sound Bonico di Piacenza. Lui girava l’Italia in completa solitudine, pare si sia presentato al soundcheck piuttosto scazzato e di malumore (pare che la settimana dopo, di malumore, abbia fatto saltare un concerto perché non gli piaceva l’albergo dove lo avevano messo). Il concerto è stato fico – lui canta come un dio e fa praticamente 45 minuti di medley della storia del rock’n’roll rivisitata, e deve avere le gambe meccaniche perché non perde il ritmo MAI – ma con qualche momento di inquietudine: 1) fa le facce strane e mentre suona sembra davvero che soffra dentro; 2) prima dell’ultimo pezzo ha tirato un pistolotto al pubblico (non molta gente, invero, saremo stati una quarantina) lamentandosi che non balla nessuno? e qual è la vostra idea di sabato sera, andare a casa a controllare l’e-mail? e concludendo con non ho ben capito se vi piace il rock and roll; per me è tutta la vita, voi per favore, almeno per cinque minuti, amate un po’ il rock and roll, cazzo.

Ho fatto giusto in tempo a comprargli una maglietta un secondo prima che sbaraccasse il tavolo del merchandising – cinque minuti dopo aver suonato, scazzato come e più che all’inizio.

“Blues Explosion!”

Così una sera vado a sentire Jon Spencer, o meglio l’incatalogabile Jon Spencer Blues Explosion (incatalogabile per chi come me tiene i dischi in ordine alfabetico: io dopo lunghe meditazioni ho optato per la J). È la seconda volta in vita mia: la prima, nel 1997, e questo lascia intendere che si tratterà dell’ennesimo concerto misura-invecchiamento, mio e di chi suona sul palco.

Li hanno usati tutti, e a volume molto alto
Li hanno usati tutti, e a volume molto alto

Loro, i Jon Spencer Blues Explosion, la Jon Spencer Blues Explosion, se la cavano ancora bene: Spencer, capello tinto a parte, è ancora perfettamente padrone del palco e del suo ruolo da maestro di cerimonia un po’ Elvis un po’ ciarlatano da fiera un po’ fumetto rock and roll, con l’unica pecca comincia a intonare il grido di battaglia”Blues Explosion!” un po’ tardi, circa al quarto-quinto pezzo, che è indice di poco gasamento [ma poi capirò perché: all’inizio del concerto salta il programma del macchinario che comanda l’impianto luci, e dopo una ventina di minuti occorre una riunione strategica con i musicisti per capire quali fari ripristinare; prima, cioè per la prima ventina di minuti di esibizione, i tre suonano illuminati da un paio di tremendi faretti da cantiere, non certo una scenografia di quelle che ti gasano]. Quanto ai sodali di Spencer, pestano duro come e più di sempre: Russell Simins è ancora uno dei migliori batteristi che tu possa vedere su un palco, Judah Bauer, se non è perfetto lui per il ruolo di spalla ultra-cazzuta (oltre che di pseudo-sosia di Steve Buscemi) non lo è nessuno. (Stavo per scrivere: è il Keith Richards di Jon Spencer ma no, JSBX sono dei Rolling Stones con due Keith Richards; oddio, anche gli Stones hanno due Keith Richards, perché Ron Wood che cos’è se no? Ma non divaghiamo). La scaletta gira intorno al paio di dischi post-se ribeccamo e, a parte qualche buon colpo in canna (Blues Explosion Man, un pezzetto di Bellbottoms, She’s On It che la sua porca figura la fa, What Love Is dei Dead Boys cantata proprio da Simins) è tanto massiccia nell’esecuzione quanto, tutto sommato, monocorde: quello che ai tempi era un trio dirompente, incatalogabile non per motivi di ordine alfabetico ma perché andava letteralmente da tutte le parti (revivalismo blues-garage, remix con i deejay fighi, allure metropolitana e hip come nessun altro al mondo), nel panorama musicale iperfrazionato e senza centro di oggi è un onesto e scattante, trio rock.

Ma allora cosa sono venuto a fare, visto che tutto potevo aspettarmelo e forse, forse non valeva il biglietto? Continua a leggere ““Blues Explosion!””

Return of the son of foto a cazzo e concerti così

Niente, solo per bullarmi degli oltre 500 km fatti in serata, tra andata e ritorno, per vedere i Fuzz a Marina di Ravenna: catalogare alla voce ma sì, è estate, facciamolo.

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Anche perché del mio fanatismo di vecchia data per Ty Segall avevo già detto qui e qui, in un’estate che fu teatro di un’altra trasferta-allnighter simile (Venezia e ritorno). Quindi a rivederlo ci tenevo, anche se i Fuzz sono forse la cosa meno interessante di Ty Segall negli ultimi anni. Belli piantati su una mattonella Blue Cheer/Black Sabbath, quindi totalmente disinteressati a sembrare originali, ma con una brama di SUONARE assoluta e il volume giusto per trapanarti i timpani mentre fai sì con la testa a ritmo e controlli che il camion che viaggia a 160 sul palco non ti investa per davvero. Pieno di gente presumibilmente convertita alla musica pesa grazie alla fama di Ty nel campo delle canzonette, grande entusiasmo, non roba da puristi (e meno male), ma pazienza. Va dritto nella top ten de “Il disco manco lo scarico ma dal vivo gratis al mare vale la pena”.

Ottimi i due tipi al mio fianco a lato palco, che mi hanno molto abbracciato/preso a spallate nei momenti più camion.

[Tipi, durante una pausa tra un pezzo e l’altro] Daghe!!!
[Ty o il bassista, non ricordo, mentre decidono che pezzo suonare] Yeah!
[Tipi] No Yeah, DAGHE!!!

Appunti su Mac DeMarco visto dal vivo a Milano (Magnolia, 30 novembre 2014)

Partiamo illudendoci che al concerto di Mac DeMarco troveremo giusto quattro gatti. Arrivati al Magnolia facciamo ancora una volta i conti con il nostro isolamento culturale: quello che credevamo un outsider da massimo 100–150 paganti ha riempito il locale, per giunta a 15 euro e la domenica sera. Evidentemente leggiamo i giornali sbagliati, seguiamo i social network sbagliati o le persone sbagliate sui social network, e non abbiamo il polso della situazione. Ma di questo, in fondo, chi se ne frega: è stato un po’ come quando andammo a teatro a vedere Luca Carboni e ci accorgemmo dell’esistenza di un pubblico estraneo alle nostre categorie estetiche, e di un Carboni reale diverso da quello che in anni e anni avevamo mitizzato nel nostro lessico famigliare pop. Continua a leggere “Appunti su Mac DeMarco visto dal vivo a Milano (Magnolia, 30 novembre 2014)”

Billy Ficca e il sabato del villaggio

Era ovvio che non ci si potesse aspettare di vederli giovani e belli come quarant’anni fa, i Television, ma è stato bello crederci fino a un secondo dalla loro entrata in scena. Comprare il biglietto per un concerto del genere è un Sabato del villaggio che può durare anche mesi, prima dell’istante in cui davvero ti rendi conto dell’età che hanno nel mondo reale i tuoi beniamini e del fatto che presumibilmente due su quattro lo stanno facendo soltanto (non “soprattutto”, come gli altri due) per i soldi e per saldare un credito di visibilità e applausi rimasto in sospeso dal 1978 (sì, come i Velvet Underground quando si riformarono nel ’93). Continua a leggere “Billy Ficca e il sabato del villaggio”

Il concerto di Luca Carboni (Foto insomma e recensioni che vorrebbero esserlo)

Lunedì sera, 10 febbraio 2014 sono andato a sentire Luca Carboni. O meglio, a vederlo, perché ho scoperto una cosa: quel genere di concerti, i concerti mainstream di certa musica leggera italiana, sono esibizioni nel senso letterale della parola, cioè, l’artista si esibisce, si mostra, e canta normale, con pregi e difetti della sua voce, su basi normali, cioè suonate senza mezza sbavatura – e senza il minimo spazio per l’improvvisazione – da musicisti esperti e competenti.

Non sapevo cosa aspettarmi, lunedì, e tuttora non so quanto e se mi sia piaciuto: da quattro giorni mi ronza in testa che devo scrivere qualcosa del concerto di Luca Carboni, perché erano 25 anni e mezzo che volevo vederlo dal vivo (la prima volta che sperai di poter andare a un suo concerto erano i primi di luglio del 1988, avevo dodici anni e suonava allo stadio comunale di Sant’Angelo Lodigiano, LO, all’epoca ancora MI, ascoltai l’eco di Farfallina quattro chilometri di curve e campi più in là, grazie al vento). Ma da quattro giorni giro intorno alla questione e non so cosa dire: è come se per due ore avessi visto il Festivalbar su uno schermo 3D con ospite unico Luca Carboni. Che ha interpretato un bel repertorio (molte canzoni da Dustin Hoffmann Forever, specie nella prima parte) ma non mi ha dato granché.

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(l’armata rossa)

Il problema è tutto nelle mie aspettative, sbagliate: adoro la musica leggera italiana che ascoltavo da piccolo, un po’ perché è la musica della mia infanzia e preadolescenza, un po’ per meriti oggettivi (e Carboni è uno che ha meriti oggettivi, come Rispetto di Zucchero nonostante quello che è venuto dopo), ma negli anni sono diventato troppo snob e tendente alla mitologia spiccia del mio quotidiano – nel quale Luca Carboni è un eroe celeste che sconvolge il me dodicenne dicendo faremo un mucchio di peccati o parlando di quell’eroina che aveva appena finito di sterminare l’80% dei “grandi” di una generazione e mezzo prima della mia – per capire cosa poteva aspettarmi al Teatro degli Arcimboldi, Milano, il 10 febbraio 2014.

Dal 1987 in poi ho fatto crescere in vitro un’idea di Luca Carboni che è: Buoni i primi due dischi, eccellente il terzo omonimo, ottimo il quarto. Poi basta, giusto il finale de L’amore che cos’è e le strofe di Mi ami davvero e quasi tutto Le Band si sciolgono dignitosissimo ritorno all’eccellenza dopo anni. Carboni, quello con Fisico bestiale e Mare mare, non mi piacque granché all’epoca (a sua discolpa, arrivò nell’estate dei sedici anni in cui scoprii troppe altre cose) e non l’ho mai più rivalutato. E qui casca l’asino, perché il Carboni del 2014 è sì il ragazzo capace di fare un passo di lato rispetto ai vari Dalla & c., ma anche e soprattutto quello che è diventato negli ultimi vent’anni di carriera su trenta, quello che non sempre ha azzeccato i dischi e i pezzi, quello che tutti conoscono per Fisico bestiale e Mare mare (e magari non sanno neanche bene Sarà un uomo che lunedì sera è stato l’unico, vero, intensissimo momento di commozione, per quanto mi riguarda). E abbiamo voglia, noi che crediamo di saperne, a voler salvare il salvabile (per citare Bennato, un altro che dopo un pugno di dischi eccelsi a inizio a carriera ha fatto la fine che ha fatto).

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(grazie a Vale che è rimasta 45 secondi col cellulare puntato per fare la foto alla frase completa)

Quindi: divertente per mettere piede a teatro e ascoltare un Concerto Italiano, toccante per quei 4-5 pezzi su 20 che ha fatto, straniante quando la gente gli urlava VAI LUCA in momenti di assoluta stasi, quasi come a un ciclista in fuga solitaria in una gara non competitiva, o quando tutti si sono alzati perché FINALMENTE IL CONCERTO STAVA FINENDO E SI POTEVA BALLARE.

[Prossimamente: una vera recensione di Luca Carboni + elogio senza un briciolo di ironia o sarcasmo alla grande musica leggera italiana; perché Rispetto di Zucchero è un grandissimo disco; Television a Milano, ovvero il prossimo concerto in cui metterò a dura prova l’idea che mi sono fatto di un gruppo e di un disco che mi coccolo da una vita nella fantasia]

Ultima cosa: Luca parlava tra un pezzo e l’altro, chiudevo gli occhi e mi sembrava di sentire Tiziano Sgarbi.

Tema: Il mio primo concerto. Svolgimento:

(il motivo di questo pezzo è qui)

*

Potrei tirare in ballo un “Nilla Pizzi a Cesenatico” trascinato dai miei genitori in vena di prese per il culo, avevo dodici anni, alla radio impazzava una cover banale e tirata via de “La mia banda suona il rock”, ma preferisco di no: quanti di noi hanno ricevuto il battesimo del palco come questo, controvoglia? Potrei dilungarmi sul perché e sul come la prima volta che pretesi di veder convertita nel biglietto di un concerto la mancetta settimanale (o qualcosa del genere) fu per Francesco Baccini, periodo secondo disco. Detto oggi pare una schifezza, ma allora lui suonava bene, ironico e distaccato e arguto, oltretutto a me provinciale e campagnolo sembrò un pass per la Civiltà e la Raffinatezza: suonava A TEATRO e io l’unico “teatro” in cui avessi mai messo piede era l’ex cinema dell’oratorio del paese per la recita di terza media. Lo accompagnava Andrea Braido, il chitarrista ipertecnico che appena un anno prima mi aveva fatto venire le vertigini con gli assoli torrenziali di Fronte del Palco di Vasco. Il periodo è l’inverno 1990-91, quando mi immergevo in Chitarre e/o Guitar Club per superare la depressione da prima scientifico, sbavando sulle pubblicità delle superstrat con il ponte Floyd Rose e i pickup da energumeni, le Jackson e le Charvel – Mascis, Moore e Cobain non avevano ancora riabilitato le Jaguar e tutto il resto, non ai miei occhi di quasi quindicenne con il cervello diviso in tre fra Grandi Classici (cioè Beatles e Hendrix, e basta), Musica Leggera Italiana e Radio Deejay.

Vorrei parlare del mio Primo Concerto Serio, invece,  del quale peraltro non ricordo quasi nulla se non che con due-tre compagni di classe avvertiti (per gli altri probabilmente eravamo degli sfigati) andammo a vedere due Mostri Sacri del Rock, Bob Dylan e Van Morrison, e che l’uscita prevedeva anche Viaggio Da Soli con Shopping Pomeridiano in Centro a Milano, ovvero full immersion alle Messaggerie Musicali. Me ne venni via con una borsa di magliette e poster (e un Cd solo, il mio primo in assoluto, non avevo ancora il lettore ma l’entusiasmo per la nuova tecnologia mi spinse ad accaparrarmi The Beatles – Live at Hamburg ’62) che finirono martoriati di orecchie e spiegazzature dopo il viaggio in metropolitana, l’attesa per entrare, le tre ore seduto sulla plastica delle tribune per assistere a… boh, non ricordo. Ricordo i vecchi (gente dell’età che ho io oggi, presumibilmente) con le magliette dei Grateful Dead. Ricordo l’acustica che sembrava pessima dalla piccionaia dov’eravamo finiti. La stanchezza orribile dopo il pomeriggio passato in giro a prendere caldo e la sensazione di essere fuori posto, di dover pisciare non avendo nei polpacci la forza di andare in bagno. E il peso di due consapevolezze. La prima, che «Dylan dal vivo stravolge le canzoni» è una verità potentissima capace di ammazzarti di noia, se la apprendi a quindici anni sovrapponendo il Dylan del 1991 a quello del tuo immaginario, ovvero tre o quattro pezzi di Highway 61 Revisited, “A Hard Rain’s Gonna Fall” nella versione di Edie Brickell e un inserto di TV Sorrisi e Canzoni con i testi che hanno fatto la storia. La seconda, corollario della prima, che ero lo stesso provinciale che si era lasciato convincere a vedere Baccini per via del TEATRO: troppo a disagio nel palazzetto dello sport, troppo inesperto dei riti del concerto, troppo piccolo in mezzo alla folla di avvertiti rockettari. Non mi divertii nemmeno per un attimo, anzi, quello fu il giorno in cui capii che sarei diventato uno snob.

Il ritorno a casa del compagno di classe milanese che ci ospitava non lo ricordo. Ricordo che il giorno dopo a colazione parlammo dello scanner, un marchingegno che convertiva le foto in pixel.

Nel ’94 ci sarebbero stati ancora un Van Morrison a Modena (nel supporting cast, i misconosciuti Cranberries e certi guappi del posto, tali City Ramblers) e un Dylan a Sonoria, la “Woodstock all’ italiana” organizzata dal 7 al 9 luglio in una vasta area naturale di oltre 70 mila metri quadrati alle porte di Milano ma non ricordo nulla, nulla di nulla, nemmeno di quelli, se non il contorno, perché al Classic Rock continuavo a provare ad appassionarmi ma ormai il danno era fatto: un paio di mesi dopo il trauma del Palatrussardi c’erano stati Nevermind e soprattutto Out of Time (i miei Nirvana furono i R.E.M., poche storie) e la musica, in tutti i sensi, era diversa. A Modena il viaggio fu più divertente del concerto e comprai Frammenti di un discorso amoroso, a Sonoria il fango sotto il palco puzzava, e c’erano i Therapy? e i Blur (che avevo rimosso) e gli Helmet che mi gasarono più di ogni altra cosa – ho ancora la maglietta – e l’Italia vinse 2-1 contro la Spagna.

(Quanto al me stesso di oggi, Dylan mi piace a seconda del periodo, con una preferenza schiacciante per la Rolling Thunder Review. Morrison invece non saprei,  Astral Weeks  mi pare ancora una lagna, ma forse è perché, boh, non me lo ricordo).

Tanto per fare una foto: Dream Syndicate, Mezzago, 29 maggio 2013

dreamsyndicate

Di articoli sul concerto dei Dream Syndicate a Mezzago è pieno il web, dico solo che Steve Wynn aveva un po’ giù la voce, il batterista certe volte non ci stava dentro – con l’età capita spesso che i batteristi siano costretti a trasformarsi da sprinter in fondisti, e qui c’era bisogno di scatto, ogni tanto – e complessivamente è stato bello ma non da strapparmi i capelli. Sono andato a vederli perché a suo tempo – cioè, a mio tempo, anni dopo l’uscita e anni dopo lo scioglimento del gruppo – ho divorato Live at Raji’s, ma in generale sto decisamente fuori sincrono con il loro zoccolo duro, sia dal punto di vista anagrafico sia, soprattutto, da quello filosofico – leggi:poca confidenza e poco entusiasmo per le categorie “Americana” e “Buscadero” (e infatti ai Cheap Wine, che hanno suonato prima, sono rimasto pressoché impermeabile – ma sono io, non siete voi). Comunque bravi tutti e l’ennesima foto del cacchio e Karl Precoda era un ganzo, Paul B. Cutler uno sborone ma con un sustain mica male e questo qui nuovo ok, dai, ci sta.

(Pubblico questo sgorbio prima di passare a una nuova rubrica: I migliori concerti che non ho visto quest’anno, saranno almeno dieci puntate di reportage immaginari dai palchi più ganzi d’Italia).

Tanto per cambiare una (brutta) foto di Ty Segall dal vivo

(Lo-Fi, Milano, 19-12-2012)

C’è una linea che separa lo svago dall’autolesionismo e dalla violenza gratuita, un confine che separa il divertimento tutti appiccicati sotto il palco dalla lotta per la conquista, a spallate, dei Primi Posti: l’altra sera in troppi, nelle prime file, l’hanno oltrepassato. Per il resto bella scaletta, non molto diversa da quelle estive (4 pezzi dal disco nuovo, un paio di ripescaggi niente male), come recensione potrei copiare e incollare questa. “Non c’è due senza tre”.