L’anno scorso

Per me è stato un anno con meno musica nuova del solito. Reduce da anni di ganzonette in cui cercavo l’aggiornamento continuo, sono andato in tilt e ho rallentato bruscamente. Del 2014 mi rimangono quindi pochi dischi usciti nel 2014. Probabilmente tra 5-6 anni guarderò indietro e riscoprirò anche i bei dischi migliori dei miei che stanno nelle vostre classifiche. Per ora è così (al netto degli Sleaford Mods sui quali intendo esprimermi soltanto dopo un’attenta esegesi dei testi): Continua a leggere “L’anno scorso”

Long Time Ago When We Were “Babbi di minchia”

Preambolo

La mia infatuazione per gli Afterhours scocca a fine 1995 o giù di lì grazie alla cassetta di Germi duplicatami e passatami da un compagno di classe dopo mesi di battage della Vox Pop sulle pagine pubblicitarie di Rumore e un paio di belle recensioni lette lì e altrove. C’entrava qualcosa anche un blurb o una recensione di Enrico Brizzi. Non è un colpo di fulmine, li lascio a macerare per mesi nel portaoggetti della Peugeot 205 Look nera, finché non tornano a galla e la cassetta gira fino a smagnetizzarsi.

Nel 1997 esce Hai Paura del Buio?, lo compro, lo ascolto e ne vado matto. Il perché lo spiego dopo. Corro al Bloom a vedere gli Afterhours dal vivo (19 dicembre 1997, grazie Internet), constato che anche dal vivo sono fighi, do a Manuelone Agnelli la cassetta con il demo del mio gruppo.

(Erano quattro pezzi originali più una cover di Insieme a te sto bene di Battisti. Anni dopo, l’avrebbero rifatta anche i Lombroso.)

Insomma casco come una pera in una fase di piena ingenua e cieca idolatria. Ascolto e riascolto i dischi (due: quelli in inglese non mi interessavano, niente del rock indipendente italiano pubblicato prima del 1994 mi interessava e continuo ad avere grosse lacune e continuo a non amare nemmeno i Litfiba giusti), non vedo l’ora di rivederli dal vivo. Devo aspettare qualche mese, il concerto è al Leoncavallo. 28 marzo 1998, anche qui grazie Internet perché quella sera ero stonatissimo e ricordo soltanto che c’erano i Six Minute War Madness e l’impianto audio era potenziato rispetto al solito (nello stanzone del Leo si sentiva bene – poi magari è perché avevo la psiche alterata, eh). È lo zenith della mia passione per loro, e l’inizio della fine. Che coincide con l’esecuzione di  Sui giovani d’oggi ci scatarro su. Manuelone la introduce chiedendo quanti tra i presenti abbiano meno di 25 anni (o qualcosa del genere). Io alzo la mano, scemo e beato, e con me tanti altri. Manuelone risponde: “Questa è per voi, babbi di minchia”. E io, nell’unico momento di tersa lucidità della serata, mentre cerco di non prendermi troppe gomitate o scarpate a ridosso del pogo, comincio a sospettare che questo qui mi sta prendendo per il culo, è lì per fare il figo, non per dare qualcosa a me, a noi, i babbi di minchia. Continua a leggere “Long Time Ago When We Were “Babbi di minchia””

Dischi dell’anno? Dischi dell’anno.

Dunque, non è una vera classifica, nominerò un DISCO DELL’ANNO e tutti gli altri secondi a pari merito. Poi, non la faccio con velleità enciclopediche, ché di gente che compila liste e scrive ancora recensioni è piena Internet e normalmente per dire che cosa mi piace e perché in un attimo, in diretta, a chi mi bazzica in Rete ci sono piattaforme molto più comode. Poi ancora, non ho tempo né voglia di azzardare contestualizzazioni troppo raffinate, quello è un mestiere da giornalisti e qui è perlopiù questione di autoanalisi e riassunto a uso personale con la scusa del narcisismo da blog. Il presupposto è che la proliferazione dei social network-di-qualunque-cosa sta puntellando un equilibrio nuovo e un po’ più chiaro all’interno delle Cose di Internet: da una parte le istantanee degli aggiornamenti di stato, dall’altra roba che senza essere l’articolo lungo è scrittura su qualcosa e non necessariamente cronaca di. Quindi, più che una classifica una specie di guida all’ascolto, con link a compilation ad hoc caricata su 8tracks (saltate alla fine se vi pare troppo lungo).

Il disco dell’anno è BONE di degli A GIANT DOG.

Hanno un solo difetto: che praticamente non esistono. Nel 2013 dubito che abbiano suonato più di dieci volte dal vivo, sono un passatempo di gente che suona in OBN IIIs, Bad Sports, Bobby Jealousy, tutti impegnati con i loro dischi tra fine anno scorso e quest’anno. Ah, poi l’articolo indeterminativo nel nome che è una roba che non sopporto. In ogni caso, il disco dell’anno, come quasi tutti i miei dischi dell’anno, è difficile da spiegare senza dire la banalità: non c’è un pezzo brutto, fila dritto dall’inizio alla fine, la scaletta è impeccabile, si ascolta benissimo in macchina a cento all’ora, quando lo metto su in pubblico qualcuno chiede sempre “chi sono?”. Genere: RUOCK conciso. Motivo bonus 1: hanno la cantante più buffa del mondo. Motivo bonus 2: c’è un pezzo che si chiama NUTRIA, l’animale simbolo della bassa lodigiana, roba che se avessimo le targhe personalizzate per provincia, all’americana, ci sarebbe scritto LODI – THE NUTRIA STATE.

Il resto degli ascolti si è concentrato, come succede ormai da 3-4 anni, sul fronte canzonette: powerpop, garage punk, garage garage, ritornelli. Non è certo roba da carbonari, anzi, ed ecco i nomi più caldi dell’anno per quanto mi riguarda (niente link, fate voi):

Warm Soda – Someone For You [glam-fuzz scheletrico ma zeppo di ritornelli]
Cool Ghouls – Cool Ghouls [roba virata più sul country, ci sono molto affezionato perché li avevo nelle cuffiette le prime volte che, all’inizio di quest’estate, ho provato a uscire a correre]
Mikal Cronin – MCII [sta per fare il salto nel mainstream, se fossimo stati nel 1998 lo avrebbe fatto, il disco non è certo una bomba assoluta come il primo, anzi, è troppo virato grunge e ambizioso, ma cinque canzoni su dieci sono splendide]
Hunx & His Punx – Street Punk [Genere: fumetti in carne e ossa, venticinque minuti di sovraccarico sensoriale punk prima maniera]
Thee Oh Sees – Floating Coffin [Tra dieci anni ne parleremo come di uno dei gruppi cardine di questi anni, per incoerente coerenza stilistica e capacità di sintesi, non so quanti altri siano stati capaci come loro di mettere d’accordo fan della psichedelia, garagisti con il patentino, hipster curiosi e gente che vuole solo rockeggiare]
Nobunny – Secret Songs [Concerto perduto più rimpianto dell’anno, sembra un pirla ma è il più ramonesiano di tutti]
Cheap Time – Exit Smiles [Continua il percorso di Jeffrey Novak verso la sintesi perfetta tra Brian Eno versione Warm Jets e i Saints, protopunk glam raffinato e ruggine – per inciso, concerto dell’anno]
Primitive Hearts – High and Tight [Non è tanto il fatto di scrivere le canzoni di tre accordi: è il non scazzarli, quegli accordi, e il saper mettere insieme canzonette appiccicose al punto giusto]
Glitz – It’s Glitz! [Stesso discorso dei Primitive Hearts, con meno Ramones e più power pop generico]
Dirtbombs  – Ooey Gooey Chewy Ka-Bloowey! [Il disco di cover dance non me l’ero filato, questo di pezzi smaccatamente bubblegum è impeccabile. Non i Dirtbombs al loro massimo ma tutto sommato meno coperto di quanto avrebbe dovuto]
Oblivians – Desperation. [Un disco nuovo degli Oblivians, cos’altro dovrei dire?]
Mike Donovan – Wot [Quest’anno si sono sciolti i Sic Alps, e ne ho anche scritto. Poi Mike Donovan da solista ha fatto un album che è per metà Sic Alps acustico, quindi bello, per metà una roba degna di Chilton/Bell/Epic Soundtracks, quindi bellissimo. Scommetto due euro che il prossimo sarà un capolavoro]
Adam Widener – Vesuvio Nights [Altro pretendente alla corona di King of Power Pop attualmente in testa a Gentleman Jesse, uscito troppo tardi, lo sto ancora digerendo]
Ketamines – You Can’t Serve Two Masters [Eterogeneo rispetto alla media delle canzonette ma con quel retrogusto Nuggets che fa sempre il suo]
Fuzz – This Time I Got a Reason / Fuzz’s 4th Dream (Singolo) [L’album boh, bello ma troppo inchiodato allo schema Blue Cheer e oltretutto sono stanco di sentire Ty che canta come un Chipmunk; i due singoli che l’hanno anticipato sono molto più ganzi, specie questo che sul lato B ha il riff dell’anno]
The Go – Fiesta [Prolisso ma quando è bello è stupendo]
Bad Sports – Bras [Quello prima era eccellente, questo semplicemente bello, genere: power pop da autopista]
FIDLAR – FIDLAR [Altro caso di roba che nel 2013 è garage e nel 1997 sarebbe stata in heavy rotation su MTV]
Bill Callahan – Dream River [Meriterebbe più spazio e più parole, lo so, ma non ho ancora finito di capirlo bene. Di sicuro, se oggi c’è uno che sa come arrangiare le parole e le canzoni, oggi, è lui]

Per il resto ho ascoltato allo sfinimento chitarristi solitari che nel 2013 non hanno inciso niente essendo morti o vecchissimi (su tutti John Fahey, Jack Rose, Leo Kottke, Bill Orcutt – lui nel 2013 un disco l’ha fatto – ma ce ne sono altri) e inaugurato questo che chissà da che parte andrà.

Infine, la compilation con la roba di cui ho scritto e qualcos’altro da dischi che non mi hanno fatto impazzire malgrado contenessero qualcosa di buono, talvolta ottimo (Mark Lanegan, Eleanor Friedberger, Kelley Stoltz).

Buon 2014

Il ritorno delle foto approssimative e delle recensioni vecchiettiste: Mombu + Rangda, Milano 12 ottobre 12

Non mi è mai capitato, mai, di addormentarmi a un concerto, ma stavolta ce la stavo facendo. Non ho più il bioritmo da Cox 18 dei bei tempi, quello che ti tiene in piedi anche se esci alle 22.30 e aspetti fino alla una che comincino a suonare. A una cert’ora, il mio corpo ha bisogno di spegnersi, di riposare, non reagisce più agli stimoli e diventa una spugna gonfia di stanchezza. Fine parentesi vecchiettismo: in fondo ho tenuto duro e mi sono addormentato in macchina al ritorno, quasi non mi accorgo neanche della prima stagionale della Nebbia sulle strade del lodigiano.

Chissà se anche i Rangda erano stanchi o debilitati da un bioritmo galeotto (o dal jetlag, non so da quanti giorni fossero in europa): per tutta l’ora scarsa del concerto hanno dato l’idea di essere sì bravissimi ma di viaggiare anche al di sotto delle loro possibilità, un po’ come se il totale di quello che fanno fosse inferiore alla somma delle parti Chasny + Bishop + Corsano. Sai che sono strumentisti eccellenti, conosci i dischi che hanno inciso da solisti o con altre formazioni (a proposito, dice Chasny che con i Six Organs of Admittance – nell’attuale versione pseudo-Comets on Fire – non viene in Italia perché il promoter gli ha detto “o con loro o con i Rangda, vedi tu”), ti aspetti fuoco e fiamme, e invece questi scelgono il senso della misura, l’improvvisazione forsennata ma mai a briglia sciolta oppure la costruzione dell’atmosfera con la timbrica e le sfumature. E rimani un po’ deluso. Un po’ come quando scopri che oltre a imbracciare una impopolarissima Stratocaster (chi la usa più la Strato? è così poco di moda che potrebbe tornare di moda), Ben Chasny-uno-dei-tuoi-chitarristi-preferiti usa come distorsore un BOSS HYPER METAL.

Poi, oh, con Chasny non è neanche la prima volta che non mi va benissimo.

Altro handicap per i Rangda così tranquilli e posati è stato suonare dopo i Mombu. Li avevo già sentiti, non mi avevano fatto impazzire, continuano a non farmi girare la testa (credo di avere già dato, con tutti i concerti degli Zu che mi sono sciroppato con entusiasmo negli Anni Zero) ma aggiungono un pizzico di varietà timbrica in più alla scaletta grazie a due percussionisti africani, che aiutano parecchio nei pezzi arrangiati (tempi dispari, incastri ritmici) e mi sanno un po’ di stucchevole (BONGHISTI AL LEONCAVALLO, e ho detto tutto) quando partono in solitaria. Comunque, una scaletta potentissima e d’impatto, grande risposta del pubblico, e salire sul palco dopo un’ora di violenza afro-percuss-sassofonistica del genere non dev’essere facile per nessuno.

No, una volta mi sono addormentato a un concerto. Ma era a teatro, c’era un bel teporino e i posti erano comodissimi.

Al quattordicesimo posto

Eleanor Friedberger – Last Summer. Che ci volete fare, ho un debole per lei dal 2003 e non vedevo l’ora che facesse un disco normale con strofe ritornelli e senza contorsioni, lontano dalle stramberie del fratello (vedi qui). Per di più questo è il disco “discesa al mare/ritorno dalla spiaggia” dell’anno, un posto in classifica era obbligatorio.