Return of the son of foto a cazzo e concerti così

Niente, solo per bullarmi degli oltre 500 km fatti in serata, tra andata e ritorno, per vedere i Fuzz a Marina di Ravenna: catalogare alla voce ma sì, è estate, facciamolo.

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Anche perché del mio fanatismo di vecchia data per Ty Segall avevo già detto qui e qui, in un’estate che fu teatro di un’altra trasferta-allnighter simile (Venezia e ritorno). Quindi a rivederlo ci tenevo, anche se i Fuzz sono forse la cosa meno interessante di Ty Segall negli ultimi anni. Belli piantati su una mattonella Blue Cheer/Black Sabbath, quindi totalmente disinteressati a sembrare originali, ma con una brama di SUONARE assoluta e il volume giusto per trapanarti i timpani mentre fai sì con la testa a ritmo e controlli che il camion che viaggia a 160 sul palco non ti investa per davvero. Pieno di gente presumibilmente convertita alla musica pesa grazie alla fama di Ty nel campo delle canzonette, grande entusiasmo, non roba da puristi (e meno male), ma pazienza. Va dritto nella top ten de “Il disco manco lo scarico ma dal vivo gratis al mare vale la pena”.

Ottimi i due tipi al mio fianco a lato palco, che mi hanno molto abbracciato/preso a spallate nei momenti più camion.

[Tipi, durante una pausa tra un pezzo e l’altro] Daghe!!!
[Ty o il bassista, non ricordo, mentre decidono che pezzo suonare] Yeah!
[Tipi] No Yeah, DAGHE!!!

Il concerto di Luca Carboni (Foto insomma e recensioni che vorrebbero esserlo)

Lunedì sera, 10 febbraio 2014 sono andato a sentire Luca Carboni. O meglio, a vederlo, perché ho scoperto una cosa: quel genere di concerti, i concerti mainstream di certa musica leggera italiana, sono esibizioni nel senso letterale della parola, cioè, l’artista si esibisce, si mostra, e canta normale, con pregi e difetti della sua voce, su basi normali, cioè suonate senza mezza sbavatura – e senza il minimo spazio per l’improvvisazione – da musicisti esperti e competenti.

Non sapevo cosa aspettarmi, lunedì, e tuttora non so quanto e se mi sia piaciuto: da quattro giorni mi ronza in testa che devo scrivere qualcosa del concerto di Luca Carboni, perché erano 25 anni e mezzo che volevo vederlo dal vivo (la prima volta che sperai di poter andare a un suo concerto erano i primi di luglio del 1988, avevo dodici anni e suonava allo stadio comunale di Sant’Angelo Lodigiano, LO, all’epoca ancora MI, ascoltai l’eco di Farfallina quattro chilometri di curve e campi più in là, grazie al vento). Ma da quattro giorni giro intorno alla questione e non so cosa dire: è come se per due ore avessi visto il Festivalbar su uno schermo 3D con ospite unico Luca Carboni. Che ha interpretato un bel repertorio (molte canzoni da Dustin Hoffmann Forever, specie nella prima parte) ma non mi ha dato granché.

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(l’armata rossa)

Il problema è tutto nelle mie aspettative, sbagliate: adoro la musica leggera italiana che ascoltavo da piccolo, un po’ perché è la musica della mia infanzia e preadolescenza, un po’ per meriti oggettivi (e Carboni è uno che ha meriti oggettivi, come Rispetto di Zucchero nonostante quello che è venuto dopo), ma negli anni sono diventato troppo snob e tendente alla mitologia spiccia del mio quotidiano – nel quale Luca Carboni è un eroe celeste che sconvolge il me dodicenne dicendo faremo un mucchio di peccati o parlando di quell’eroina che aveva appena finito di sterminare l’80% dei “grandi” di una generazione e mezzo prima della mia – per capire cosa poteva aspettarmi al Teatro degli Arcimboldi, Milano, il 10 febbraio 2014.

Dal 1987 in poi ho fatto crescere in vitro un’idea di Luca Carboni che è: Buoni i primi due dischi, eccellente il terzo omonimo, ottimo il quarto. Poi basta, giusto il finale de L’amore che cos’è e le strofe di Mi ami davvero e quasi tutto Le Band si sciolgono dignitosissimo ritorno all’eccellenza dopo anni. Carboni, quello con Fisico bestiale e Mare mare, non mi piacque granché all’epoca (a sua discolpa, arrivò nell’estate dei sedici anni in cui scoprii troppe altre cose) e non l’ho mai più rivalutato. E qui casca l’asino, perché il Carboni del 2014 è sì il ragazzo capace di fare un passo di lato rispetto ai vari Dalla & c., ma anche e soprattutto quello che è diventato negli ultimi vent’anni di carriera su trenta, quello che non sempre ha azzeccato i dischi e i pezzi, quello che tutti conoscono per Fisico bestiale e Mare mare (e magari non sanno neanche bene Sarà un uomo che lunedì sera è stato l’unico, vero, intensissimo momento di commozione, per quanto mi riguarda). E abbiamo voglia, noi che crediamo di saperne, a voler salvare il salvabile (per citare Bennato, un altro che dopo un pugno di dischi eccelsi a inizio a carriera ha fatto la fine che ha fatto).

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(grazie a Vale che è rimasta 45 secondi col cellulare puntato per fare la foto alla frase completa)

Quindi: divertente per mettere piede a teatro e ascoltare un Concerto Italiano, toccante per quei 4-5 pezzi su 20 che ha fatto, straniante quando la gente gli urlava VAI LUCA in momenti di assoluta stasi, quasi come a un ciclista in fuga solitaria in una gara non competitiva, o quando tutti si sono alzati perché FINALMENTE IL CONCERTO STAVA FINENDO E SI POTEVA BALLARE.

[Prossimamente: una vera recensione di Luca Carboni + elogio senza un briciolo di ironia o sarcasmo alla grande musica leggera italiana; perché Rispetto di Zucchero è un grandissimo disco; Television a Milano, ovvero il prossimo concerto in cui metterò a dura prova l’idea che mi sono fatto di un gruppo e di un disco che mi coccolo da una vita nella fantasia]

Ultima cosa: Luca parlava tra un pezzo e l’altro, chiudevo gli occhi e mi sembrava di sentire Tiziano Sgarbi.

Io e i Sic Alps, 2008-2013 (con foto brutta)

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Ho letto stamane che si sono sciolti. Da un mesetto avevo sulla punta della lingua il solito reportage farlocco dal concerto + foto a caso con il cellulare, ma l’unica somma che riuscivo a tirare era che ormai i Sic Alps sono (erano) diventati un gruppo ruock a tutti gli effetti, e sono (erano) arrivati al termine di una parabola che li ha portati senza soluzione di continuità dallo shitgaze/lofi delle origini al ruock, appunto, dell’ultimo Ep (esempio). Non una grande osservazione, ecco.

(Il concerto si è svolto il 27 giugno 2013 al Lo Fi di Milano, c’erano trenta persone compresi i Sic Alps).

Per dare al post un che di commemorativo, qualche link alle volte che si è parlato di Sic Alps da queste parti: uno (2008, ai tempi di Us E.Z.), due (cronaca di un concerto del 2008, quando giravano ancora in due), tre (cronaca di un concerto del 2011, quand’erano in piena transizione tra shit ruock).

Barbe da hippie e foto a bassa definizione: Wooden Shjips, Milano, 04-07-12 (prima parte, forse)

(sì, è una foto da 3 megapixel, ma tu aprila con Lightroom e metti tutto su “auto”, vedrai che viene bene)

I Wooden Shjips sono bravi. È la classica musica ripetitiva che è la classica musica ripetitiva che è la classica musica ripetitiva che è la classica musica ripetitiva che è la classica musica ripetitiva per cui in altri periodi della vita sono andato matto. Adesso diciamo che mi va bene come sottofondo, oppure sparata in faccia, senza mezze misure. Ieri sera me l’hanno sparata quasi in faccia, i volumi erano buoni ma non eccessivi, meglio così, perché almeno si capiva tutto.

E i pezzi funzionavano, i pezzi dei Wooden Shjips li senti iniziare e dici “Oddio, il solito riffone alla Hakwind/Loop/Blue Cheer, non ce la posso fare, ma da dove vengono ‘sti vecchi”, ma dopo il primo e il secondo e il terzo minuto di quel riff quel riff quel riff quel riff quel riff quel riff quel riff quel riff quel riff quel riff quel riff quel riff quel riff quel riff (più una linea vocale bella pulita, contenuta, senza strilli e strepiti, e un paio di cambi d’accordo giusto per insaporire) ti sei dimenticato di cosa ti stessi lamentando all’inizio. Poi finisce il pezzo, torni sulla terra, borbotti qualcosa sulla barba da hippie di Ripley Johnson ed ecco un altro riff un altro riff un altro riff un altro riff un altro riff un altro riff un altro riff, e riparte l’ottovolante. (Nota: sì, il grosso dell’effetto lo fanno il suono saturo della chitarra e gli inserti delle tastiere, ma senza la sezione ritmica – specie il basso – che li tiene ancorati, quei due non andrebbero da nessuna  parte. Anzi, andrebbero ognuno per conto proprio).

L’ottovolante gira per un’oretta che sembrano quattro: se l’effetto è questo vuol dire che tutto ha funzionato.

Nella prossima puntata: che cos’è il carisma, è opportuno o no che in giro ci sia così tanta gente che suona, com’è che certi cuochi sanno dosare gli ingredienti di un piatto talmente bene da farlo risultare insipido, le camicie degli hipster.

Foto orrende e recensioni imbarazzanti #3: Dinosaur Jr

La prima volta che vidi i Dinosaur Jr era il 1994 e stare in prima fila davanti al muro di Marshall di Mascis mi fece fischiare le orecchie per un giorno intero. Era al Propaganda o City Square o come si chiamava all’epoca. Ieri sera invece il volume dell’impianto sembrava basso, oppure avevano qualche problema tecnico (Barlow ha sostituito il Rickenbacker con un Fender a metà del primo pezzo – Out There – ed era visibilmente scarico – e ha fatto il numero del qualcuno venga a cantare Don’t al posto mio ché mi sono spaccato le corde vocali dopo una sola data di tournée – quella volta nel ’94 c’era Mike Johnson e conoscevamo The Year Punk Broke a memoria), sta di fatto che hanno suonato lo stretto necessario e chiuso con una versione fiacchissima di Repulsion.

C’era meno gente del solito con le macchine fotografiche e gli smartphone alzati.

(Ci sono anche un paio di foto decenti che magari pubblico uno di questi giorni)

Le foto ai concerti mi vengono male

Il NoFest ha parecchi pregi: 1) c’è tanta gente 2) c’è tanta gente che conosco, e inevitabilmente finisco per dedicare più tempo alle chiacchiere che ai concerti 3) ci sono tanti concerti 4) non è il MiAmi 5) i concerti non sono tutti “dello stesso genere” o “della stessa scena” 6) l’organizzazione è impeccabile, i ritardi quasi inesistenti e le scalette sempre rispettate 7) i panini (salamella, hamburger, salsiccia) sono ottimi. Al momento non mi viene in mente altro ma di sicuro la lista potrebbe proseguire.

Ho sentito suonare soltanto i Morkobot (ottimi, hanno dato tutto in un set breve), Johnny Mox (che mi ha fatto rimangiare molte delle mie critiche sull’uso della Loopstation – poi ce lo siamo anche detti, che il guaio è la poltiglia psichedelica che ci vogliono fare ingoiare, non tanto il mezzo-loopstation con cui ce la propinano) e Dj Minaccia feat. Zagor Camillas alias “Istituto Luce“, tastiere piccole per suoni GRANDI, sembravano gli Ash Ra Tempel degli esordi.

Nella foto: l’Autogrill Rondissone, quando al ritorno ci siamo fermati per la pausa-siga di Andrea.