Recensioni buttate lì e foto boh: Mark Sultan, Piacenza

Visto il 16 gennaio al Sound Bonico di Piacenza. Lui girava l’Italia in completa solitudine, pare si sia presentato al soundcheck piuttosto scazzato e di malumore (pare che la settimana dopo, di malumore, abbia fatto saltare un concerto perché non gli piaceva l’albergo dove lo avevano messo). Il concerto è stato fico – lui canta come un dio e fa praticamente 45 minuti di medley della storia del rock’n’roll rivisitata, e deve avere le gambe meccaniche perché non perde il ritmo MAI – ma con qualche momento di inquietudine: 1) fa le facce strane e mentre suona sembra davvero che soffra dentro; 2) prima dell’ultimo pezzo ha tirato un pistolotto al pubblico (non molta gente, invero, saremo stati una quarantina) lamentandosi che non balla nessuno? e qual è la vostra idea di sabato sera, andare a casa a controllare l’e-mail? e concludendo con non ho ben capito se vi piace il rock and roll; per me è tutta la vita, voi per favore, almeno per cinque minuti, amate un po’ il rock and roll, cazzo.

Ho fatto giusto in tempo a comprargli una maglietta un secondo prima che sbaraccasse il tavolo del merchandising – cinque minuti dopo aver suonato, scazzato come e più che all’inizio.

“Blues Explosion!”

Così una sera vado a sentire Jon Spencer, o meglio l’incatalogabile Jon Spencer Blues Explosion (incatalogabile per chi come me tiene i dischi in ordine alfabetico: io dopo lunghe meditazioni ho optato per la J). È la seconda volta in vita mia: la prima, nel 1997, e questo lascia intendere che si tratterà dell’ennesimo concerto misura-invecchiamento, mio e di chi suona sul palco.

Li hanno usati tutti, e a volume molto alto
Li hanno usati tutti, e a volume molto alto

Loro, i Jon Spencer Blues Explosion, la Jon Spencer Blues Explosion, se la cavano ancora bene: Spencer, capello tinto a parte, è ancora perfettamente padrone del palco e del suo ruolo da maestro di cerimonia un po’ Elvis un po’ ciarlatano da fiera un po’ fumetto rock and roll, con l’unica pecca comincia a intonare il grido di battaglia”Blues Explosion!” un po’ tardi, circa al quarto-quinto pezzo, che è indice di poco gasamento [ma poi capirò perché: all’inizio del concerto salta il programma del macchinario che comanda l’impianto luci, e dopo una ventina di minuti occorre una riunione strategica con i musicisti per capire quali fari ripristinare; prima, cioè per la prima ventina di minuti di esibizione, i tre suonano illuminati da un paio di tremendi faretti da cantiere, non certo una scenografia di quelle che ti gasano]. Quanto ai sodali di Spencer, pestano duro come e più di sempre: Russell Simins è ancora uno dei migliori batteristi che tu possa vedere su un palco, Judah Bauer, se non è perfetto lui per il ruolo di spalla ultra-cazzuta (oltre che di pseudo-sosia di Steve Buscemi) non lo è nessuno. (Stavo per scrivere: è il Keith Richards di Jon Spencer ma no, JSBX sono dei Rolling Stones con due Keith Richards; oddio, anche gli Stones hanno due Keith Richards, perché Ron Wood che cos’è se no? Ma non divaghiamo). La scaletta gira intorno al paio di dischi post-se ribeccamo e, a parte qualche buon colpo in canna (Blues Explosion Man, un pezzetto di Bellbottoms, She’s On It che la sua porca figura la fa, What Love Is dei Dead Boys cantata proprio da Simins) è tanto massiccia nell’esecuzione quanto, tutto sommato, monocorde: quello che ai tempi era un trio dirompente, incatalogabile non per motivi di ordine alfabetico ma perché andava letteralmente da tutte le parti (revivalismo blues-garage, remix con i deejay fighi, allure metropolitana e hip come nessun altro al mondo), nel panorama musicale iperfrazionato e senza centro di oggi è un onesto e scattante, trio rock.

Ma allora cosa sono venuto a fare, visto che tutto potevo aspettarmelo e forse, forse non valeva il biglietto? Continua a leggere ““Blues Explosion!””

Return of the son of foto a cazzo e concerti così

Niente, solo per bullarmi degli oltre 500 km fatti in serata, tra andata e ritorno, per vedere i Fuzz a Marina di Ravenna: catalogare alla voce ma sì, è estate, facciamolo.

fuzzhanabi

Anche perché del mio fanatismo di vecchia data per Ty Segall avevo già detto qui e qui, in un’estate che fu teatro di un’altra trasferta-allnighter simile (Venezia e ritorno). Quindi a rivederlo ci tenevo, anche se i Fuzz sono forse la cosa meno interessante di Ty Segall negli ultimi anni. Belli piantati su una mattonella Blue Cheer/Black Sabbath, quindi totalmente disinteressati a sembrare originali, ma con una brama di SUONARE assoluta e il volume giusto per trapanarti i timpani mentre fai sì con la testa a ritmo e controlli che il camion che viaggia a 160 sul palco non ti investa per davvero. Pieno di gente presumibilmente convertita alla musica pesa grazie alla fama di Ty nel campo delle canzonette, grande entusiasmo, non roba da puristi (e meno male), ma pazienza. Va dritto nella top ten de “Il disco manco lo scarico ma dal vivo gratis al mare vale la pena”.

Ottimi i due tipi al mio fianco a lato palco, che mi hanno molto abbracciato/preso a spallate nei momenti più camion.

[Tipi, durante una pausa tra un pezzo e l’altro] Daghe!!!
[Ty o il bassista, non ricordo, mentre decidono che pezzo suonare] Yeah!
[Tipi] No Yeah, DAGHE!!!

Appunti su Mac DeMarco visto dal vivo a Milano (Magnolia, 30 novembre 2014)

Partiamo illudendoci che al concerto di Mac DeMarco troveremo giusto quattro gatti. Arrivati al Magnolia facciamo ancora una volta i conti con il nostro isolamento culturale: quello che credevamo un outsider da massimo 100–150 paganti ha riempito il locale, per giunta a 15 euro e la domenica sera. Evidentemente leggiamo i giornali sbagliati, seguiamo i social network sbagliati o le persone sbagliate sui social network, e non abbiamo il polso della situazione. Ma di questo, in fondo, chi se ne frega: è stato un po’ come quando andammo a teatro a vedere Luca Carboni e ci accorgemmo dell’esistenza di un pubblico estraneo alle nostre categorie estetiche, e di un Carboni reale diverso da quello che in anni e anni avevamo mitizzato nel nostro lessico famigliare pop. Continua a leggere “Appunti su Mac DeMarco visto dal vivo a Milano (Magnolia, 30 novembre 2014)”

Il ritorno delle foto approssimative e delle recensioni vecchiettiste: Mombu + Rangda, Milano 12 ottobre 12

Non mi è mai capitato, mai, di addormentarmi a un concerto, ma stavolta ce la stavo facendo. Non ho più il bioritmo da Cox 18 dei bei tempi, quello che ti tiene in piedi anche se esci alle 22.30 e aspetti fino alla una che comincino a suonare. A una cert’ora, il mio corpo ha bisogno di spegnersi, di riposare, non reagisce più agli stimoli e diventa una spugna gonfia di stanchezza. Fine parentesi vecchiettismo: in fondo ho tenuto duro e mi sono addormentato in macchina al ritorno, quasi non mi accorgo neanche della prima stagionale della Nebbia sulle strade del lodigiano.

Chissà se anche i Rangda erano stanchi o debilitati da un bioritmo galeotto (o dal jetlag, non so da quanti giorni fossero in europa): per tutta l’ora scarsa del concerto hanno dato l’idea di essere sì bravissimi ma di viaggiare anche al di sotto delle loro possibilità, un po’ come se il totale di quello che fanno fosse inferiore alla somma delle parti Chasny + Bishop + Corsano. Sai che sono strumentisti eccellenti, conosci i dischi che hanno inciso da solisti o con altre formazioni (a proposito, dice Chasny che con i Six Organs of Admittance – nell’attuale versione pseudo-Comets on Fire – non viene in Italia perché il promoter gli ha detto “o con loro o con i Rangda, vedi tu”), ti aspetti fuoco e fiamme, e invece questi scelgono il senso della misura, l’improvvisazione forsennata ma mai a briglia sciolta oppure la costruzione dell’atmosfera con la timbrica e le sfumature. E rimani un po’ deluso. Un po’ come quando scopri che oltre a imbracciare una impopolarissima Stratocaster (chi la usa più la Strato? è così poco di moda che potrebbe tornare di moda), Ben Chasny-uno-dei-tuoi-chitarristi-preferiti usa come distorsore un BOSS HYPER METAL.

Poi, oh, con Chasny non è neanche la prima volta che non mi va benissimo.

Altro handicap per i Rangda così tranquilli e posati è stato suonare dopo i Mombu. Li avevo già sentiti, non mi avevano fatto impazzire, continuano a non farmi girare la testa (credo di avere già dato, con tutti i concerti degli Zu che mi sono sciroppato con entusiasmo negli Anni Zero) ma aggiungono un pizzico di varietà timbrica in più alla scaletta grazie a due percussionisti africani, che aiutano parecchio nei pezzi arrangiati (tempi dispari, incastri ritmici) e mi sanno un po’ di stucchevole (BONGHISTI AL LEONCAVALLO, e ho detto tutto) quando partono in solitaria. Comunque, una scaletta potentissima e d’impatto, grande risposta del pubblico, e salire sul palco dopo un’ora di violenza afro-percuss-sassofonistica del genere non dev’essere facile per nessuno.

No, una volta mi sono addormentato a un concerto. Ma era a teatro, c’era un bel teporino e i posti erano comodissimi.

Passavo da Marghera e già che c’ero ho fatto due foto

Perché per tiro della band, eterogeneità del repertorio e dimensioni relativamente contenute del “fenomeno” (prima o poi se ne accorgerà anche la stampa musicale patinata) era il momento migliore per vedere Ty Segall in azione. Buone ferie.