Io e i Sic Alps, 2008-2013 (con foto brutta)

sicalps013

Ho letto stamane che si sono sciolti. Da un mesetto avevo sulla punta della lingua il solito reportage farlocco dal concerto + foto a caso con il cellulare, ma l’unica somma che riuscivo a tirare era che ormai i Sic Alps sono (erano) diventati un gruppo ruock a tutti gli effetti, e sono (erano) arrivati al termine di una parabola che li ha portati senza soluzione di continuità dallo shitgaze/lofi delle origini al ruock, appunto, dell’ultimo Ep (esempio). Non una grande osservazione, ecco.

(Il concerto si è svolto il 27 giugno 2013 al Lo Fi di Milano, c’erano trenta persone compresi i Sic Alps).

Per dare al post un che di commemorativo, qualche link alle volte che si è parlato di Sic Alps da queste parti: uno (2008, ai tempi di Us E.Z.), due (cronaca di un concerto del 2008, quando giravano ancora in due), tre (cronaca di un concerto del 2011, quand’erano in piena transizione tra shit ruock).

Tanto per cambiare una (brutta) foto di Ty Segall dal vivo

(Lo-Fi, Milano, 19-12-2012)

C’è una linea che separa lo svago dall’autolesionismo e dalla violenza gratuita, un confine che separa il divertimento tutti appiccicati sotto il palco dalla lotta per la conquista, a spallate, dei Primi Posti: l’altra sera in troppi, nelle prime file, l’hanno oltrepassato. Per il resto bella scaletta, non molto diversa da quelle estive (4 pezzi dal disco nuovo, un paio di ripescaggi niente male), come recensione potrei copiare e incollare questa. “Non c’è due senza tre”.

Retorico, quasi nostalgico, ma glielo dovevo: Tindersticks, Villa Arconati, 24/07/12

Ah, se me le ricordo, le serate a teatro in quarta o quinta superiore.

Ma no, non ricordo un tubo, se non che dal teatro, se era abbastanza in centro, e di solito lo era, sgattaiolavamo prima dello spettacolo verso Piazza del Duomo a curiosare dentro il Virgin Megastore, quel posto pieno di dischi e merchandising dove si andava, nei periodi di buona e di mance in tasca, soltanto il sabato pomeriggio. Sì, doveva essere la quarta superiore, se non avevamo la patente, quindi il ’93 o il ’94, anche perché la sera che comprai il Primo Omonimo dei Tindersticks quel disco era anche l’unico che avessero mai inciso, di cui avevo letto misteriose recensioni l’estate prima su un qualche periodico inglese (poi anche su Rumore) e ascoltato qualche estratto su Stereonotte.

Per me quel disco rimane a tutt’oggi il miglior album dei Tindersticks – per le canzoni che contiene, per com’è registrato (tutto sommato male, ma erano gli anni del lo fi), per l’aura magica che ricordi vecchi di quasi vent’anni non possono non avere – ma questo non vuol dire che dopo non abbiano fatto niente di buono, anzi: negli anni si sono smontati e rimontati, si sono baloccati con le orchestre, i suoni acustici e spartani, il soul, senza mai una caduta di tono o di stile. Non ne vado più così pazzo, dal mio cuoricino non sono più usciti e  non li avevo mai sentiti dal vivo: almeno una presenza gliela dovevo.

E ieri sera sono stati impeccabili, pure troppo: a parte questa (dal primo omonimocome incipit strappacore, un’ora abbondante passata in un attimo e giustamente incentrata sull’ultimo album: sono passati vent’anni, lasciateci fare quello che facciamo adesso, e urlate “City Sickness!” prima dei bis quanto vi pare. Per il resto, suoni perfetti, pubblico composto, una sezione ritmica che vorrei tutte le mattine sotto le finestre di casa a suonarmi la sveglia, automatismi robotizzati dei due roadie durante i cambi di strumentazione: spostavano, ricevevano, consegnavano, spegnevano, accendevano, accordavano, correggevano con una precisione da trapezisti.

Un po’ da stronzi la birra (una bionda qualsiasi, 40 cl nel bicchiere di plastica) a cinque euro.

Pesci e sonnolenza

Avrei voluto scrivere le solite quattro righe e incollare magari la solita foto brutta per parlare dei Talibam!, che hanno suonato venerdì sera al Lo Fi di Milano, ma siccome il concerto è iniziato tardissimo e finito alle due, ero talmente rintronato che non ricordo più nulla, se non tre freak imparruccati che suonavano bene e raccontavano una bizzarra storia di pesci. La morale è: gestori dei locali, per favore, evitate di appioppare più di un gruppo-spalla alle vostre star, e sforzatevi almeno un po’ di educare il pubblico a muoversi prima. Non è che siccome è venerdì dobbiamo per forza fare le ore piccole, soprattutto noi vecchi che teniamo famiglia.

Il disco dell’anno

Nel 2011 mi sono innamorato di Ty Segall. È una specie di surfista gonfio, è giovane e biondo, centra due ritornelli ogni tre canzoni che scrive, fa una specie di revival pop sgangherato anni novanta per chi ci tiene al revival (io no) lo irrobustisce con corpose dosi di garage sconosciute a tanti esponenti del lo fi di due decenni fa, suona musica allegra da finestrini abbassati e quando si fa cupo si inzuppa di psichedelia cialtrona. Nel 2010 aveva pubblicato “Melted”, che è la sintesi perfetta di tutto questo, nel 2011 ha sfoderato “Goodbye Bread” che è: il disco che Liam Gallagher ucciderebbe pur di saper scrivere; Neil Young senza menate; tre ore e mezza in cantina a berciare, prima o poi uscirà qualcosa di buono; il trionfo del quattro tracce su GarageBand; California über alles; la punta di diamante della canzonetta (vedi anche alla voce Mikal Cronin, Sic Alps, Thee Oh Sees e compagnia bella).