Billy Ficca e il sabato del villaggio

Era ovvio che non ci si potesse aspettare di vederli giovani e belli come quarant’anni fa, i Television, ma è stato bello crederci fino a un secondo dalla loro entrata in scena. Comprare il biglietto per un concerto del genere è un Sabato del villaggio che può durare anche mesi, prima dell’istante in cui davvero ti rendi conto dell’età che hanno nel mondo reale i tuoi beniamini e del fatto che presumibilmente due su quattro lo stanno facendo soltanto (non “soprattutto”, come gli altri due) per i soldi e per saldare un credito di visibilità e applausi rimasto in sospeso dal 1978 (sì, come i Velvet Underground quando si riformarono nel ’93). Continua a leggere “Billy Ficca e il sabato del villaggio”

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Barbe da hippie e foto a bassa definizione: Wooden Shjips, Milano, 04-07-12 (prima parte, forse)

(sì, è una foto da 3 megapixel, ma tu aprila con Lightroom e metti tutto su “auto”, vedrai che viene bene)

I Wooden Shjips sono bravi. È la classica musica ripetitiva che è la classica musica ripetitiva che è la classica musica ripetitiva che è la classica musica ripetitiva che è la classica musica ripetitiva per cui in altri periodi della vita sono andato matto. Adesso diciamo che mi va bene come sottofondo, oppure sparata in faccia, senza mezze misure. Ieri sera me l’hanno sparata quasi in faccia, i volumi erano buoni ma non eccessivi, meglio così, perché almeno si capiva tutto.

E i pezzi funzionavano, i pezzi dei Wooden Shjips li senti iniziare e dici “Oddio, il solito riffone alla Hakwind/Loop/Blue Cheer, non ce la posso fare, ma da dove vengono ‘sti vecchi”, ma dopo il primo e il secondo e il terzo minuto di quel riff quel riff quel riff quel riff quel riff quel riff quel riff quel riff quel riff quel riff quel riff quel riff quel riff quel riff (più una linea vocale bella pulita, contenuta, senza strilli e strepiti, e un paio di cambi d’accordo giusto per insaporire) ti sei dimenticato di cosa ti stessi lamentando all’inizio. Poi finisce il pezzo, torni sulla terra, borbotti qualcosa sulla barba da hippie di Ripley Johnson ed ecco un altro riff un altro riff un altro riff un altro riff un altro riff un altro riff un altro riff, e riparte l’ottovolante. (Nota: sì, il grosso dell’effetto lo fanno il suono saturo della chitarra e gli inserti delle tastiere, ma senza la sezione ritmica – specie il basso – che li tiene ancorati, quei due non andrebbero da nessuna  parte. Anzi, andrebbero ognuno per conto proprio).

L’ottovolante gira per un’oretta che sembrano quattro: se l’effetto è questo vuol dire che tutto ha funzionato.

Nella prossima puntata: che cos’è il carisma, è opportuno o no che in giro ci sia così tanta gente che suona, com’è che certi cuochi sanno dosare gli ingredienti di un piatto talmente bene da farlo risultare insipido, le camicie degli hipster.

Recensioni a perdifiato e foto con zoom pixelati: Thee Oh Sees, Milano, 11_06_12

Gli Oh Sees suonano una cinquantina di minuti, ma talmente dritti e veloci e serrati che sembra suonino un’ora e mezza, e quell’ora e mezza passa in mezz’ora. John Dwyer suda come non ho mai visto nessuno sudare sopra un palco e suona come se avesse la chitarra in braccio dall’età di tre anni (e da allora non si è mai più allungato la tracolla), accorda a orecchio in sol aperto e poi torna all’accordatura standard come se niente fosse. Il bassista è uno skinhead e suona la chitarra – ma in realtà è John Simm di Life on Mars –  il batterista è tanto placido quanto implacabile, la tastierista a un certo punto ha detto “non rompere le palle” in italiano a qualcuno e non ho capito bene con chi ce l’avesse – stavo in terza fila ma defilato causa pogo dei giovani.

Bene all’organizzazione che ha messo a tacere tutto il mio brontolare preventivo, c’era scritto dieci, è cominciato tutto alle dieci (infatti ci siamo persi gli Assyrians – che a occhio e croce non mi sarebbero piaciuti, a differenza dei Lonewolff che la loro mezz’oretta di caciara l’han fatta e me la sono goduta), a mezzanotte e mezza si era già sulla strada del ritorno. E non è neanche piovuto.

Foto orrende e recensioni imbarazzanti #3: Dinosaur Jr

La prima volta che vidi i Dinosaur Jr era il 1994 e stare in prima fila davanti al muro di Marshall di Mascis mi fece fischiare le orecchie per un giorno intero. Era al Propaganda o City Square o come si chiamava all’epoca. Ieri sera invece il volume dell’impianto sembrava basso, oppure avevano qualche problema tecnico (Barlow ha sostituito il Rickenbacker con un Fender a metà del primo pezzo – Out There – ed era visibilmente scarico – e ha fatto il numero del qualcuno venga a cantare Don’t al posto mio ché mi sono spaccato le corde vocali dopo una sola data di tournée – quella volta nel ’94 c’era Mike Johnson e conoscevamo The Year Punk Broke a memoria), sta di fatto che hanno suonato lo stretto necessario e chiuso con una versione fiacchissima di Repulsion.

C’era meno gente del solito con le macchine fotografiche e gli smartphone alzati.

(Ci sono anche un paio di foto decenti che magari pubblico uno di questi giorni)