Marc Ribot, dal vivo a Ferrara

Marc Ribot, gennaio 2016

Non era la prima volta in assoluto, ma la prima volta in versione totalmente solista acustica sì. Tempo prima l’amico Fabio l’aveva recensito dicendo che “in un set fa tutto quello che si può fare con una chitarra acustica” e confermo, è così e c’è davvero poco altro da aggiungere: tempo di riprendere confidenza con il palco del Ferrara Jazz Club dopo il soundcheck pomeridiano (arrivava dritto dall’Irlanda, gli si leggeva in faccia SONO STANCO E DA CHE SONO IN EUROPA NON HO SMALTITO IL JET LAG) inizia con una improvvisazione in cui mescola senza soluzione di continuità tutto quello che gli passa per la testa, blues, bossa, jazz, rumore e Avanti popolo, con le dita o col plettro o con tutti e due. Poi si ferma e dice due cose, oltre a ringraziare: 1) Adesso vi suono un po’ di brani, roba di Coltrane, Ayler, e altri che vi dico se mi ricordo, in ogni caso se avete domande mi trovate giù al bar dopo; 2) Per favore non usate il flash e soprattutto non scattate foto se la macchina fa rumore, regolatevi così: se riuscite a sentirla vuol dire che è già troppo. Dopodiché si lancia in un’altra ora scarsa di musicalità estrema ed equilibrio assoluto tra istinto puro e tecnica dominata alla perfezione e gestita con misura perfetta, ovvero il massimo che si possa pretendere da un musicista. Ha fatto Fat Man Blues, ha fatto un pezzo di John Zorn che, paradossalmente, era il più difficile da seguire sullo spartito e il più disordinato/incomprensibile nel risultato (prevedeva l’utilizzo di un ponticello in più sotto le corde e di un palloncino), ha fatto… tutto quello che si può fare con una chitarra acustica, lasciando di stucco il mio vicino di posto che, esclamando un incredulo “ma da dove esce questo?” alla fine del concerto ha rinnovato i miei pregiudizi sulla lungimiranza e sull’apertura mentale del jazzofilo medio.

(la macchina con cui ho scattato le foto non fa rumore)

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Recensioni buttate lì e foto boh: Mark Sultan, Piacenza

Visto il 16 gennaio al Sound Bonico di Piacenza. Lui girava l’Italia in completa solitudine, pare si sia presentato al soundcheck piuttosto scazzato e di malumore (pare che la settimana dopo, di malumore, abbia fatto saltare un concerto perché non gli piaceva l’albergo dove lo avevano messo). Il concerto è stato fico – lui canta come un dio e fa praticamente 45 minuti di medley della storia del rock’n’roll rivisitata, e deve avere le gambe meccaniche perché non perde il ritmo MAI – ma con qualche momento di inquietudine: 1) fa le facce strane e mentre suona sembra davvero che soffra dentro; 2) prima dell’ultimo pezzo ha tirato un pistolotto al pubblico (non molta gente, invero, saremo stati una quarantina) lamentandosi che non balla nessuno? e qual è la vostra idea di sabato sera, andare a casa a controllare l’e-mail? e concludendo con non ho ben capito se vi piace il rock and roll; per me è tutta la vita, voi per favore, almeno per cinque minuti, amate un po’ il rock and roll, cazzo.

Ho fatto giusto in tempo a comprargli una maglietta un secondo prima che sbaraccasse il tavolo del merchandising – cinque minuti dopo aver suonato, scazzato come e più che all’inizio.

Il disco dei Blur nelle parole di un fan ritardatario

Insomma nel casino attuale ho la sensazione sempre più netta che certe recensioni istituzionali/ingessate di dischi e dei prodotti culturali in genere mi diano sempre meno, che l’oggettività e il cosiddetto “canone” siano concetti sempre più vaghi (troppi contesti diversi in relazione ai quali si prendono le misure all’oggetto recensito) e che leggere o ascoltare  il parere di qualcuno su qualcosa significhi sempre più spesso leggere a mo’ di cartina al tornasole chi o cosa è/può darmi quel qualcuno in relazione a quel qualcosa.

Questa premessa-scoperta dell’acqua calda a chiarire perché l’ultimo disco dei Blur non mi risulti brutto. Può darsi, per esempio, che sia merito del semplice fatto che la mia storia personale non rispetta le tappe tradizionali  dei fan o semplici aficionados del gruppo. Per dire, tra il ’94 e il ’97 preferivo gli Oasis (ancora mi chiedo perché) e, pure in seguito, dei Blur ho sempre subito la musica (dalle autoradio, dalla Tv) anziché entrarci, tranne un breve e nemmeno troppo intenso interessamento per Blur, che aveva tra i suoi pregi quello di essere influenzatissimo dall’indie americano che all’epoca per me contava mille e mille volte più del britpop.

Fino a Blur, per dire, il mio rapporto con i Blur si era limitato a qualche ricordo sbiadito del video in cui rovinavano un pranzo tirando roba da mangiare (“e comunque sono meglio gli Stone Roses”), l’incipit della recensione di RumoreModern Life is Rubbish (“Uccideremo il fenomeno baggie“, confesso che ci misi un bel po’ a capirla), un passaggio dal vivo a un festival di Sonoria i cui pezzi da 90 erano certi vecchioni a cui ancora davo corda o cercavo di darla vent’anni fa, il mio solito giudizio aprioristico sbagliato (vedi alla voce 883) quando di fronte al video di Girls & Boys profetizzai “ma dove vogliono andare co’ ‘ste canzoncine”. Ah, avevo anche ammesso, con in testa le cuffie di una postazione d’ascolto al Virgin Megastore di Milano, che “a fare il pop sono bravi ma boh” (da Luca stronca The Great Escape, memoriale inedito), ma per il resto, ripeto, fino al 97-98 solo tiepidissimo interesse.

La cosa non cambiò nemmeno troppo con 13 e quello dopo: bella e tutto Tender ma d’istinto e per snobismo (gli espositori pieni nei megastore: vade retro, scappo subito a vedere se è uscito qualcosa di nuovo di John Zorn) stavo lontano da quel disco (oggi lo considero un classico malriuscito, figlio del suo tempo difettoso e in quanto tale affascinante), cominciava a esserci il post rock oppure dio sa cos’altro ascoltassi all’epoca, mentre Think Tank non me lo sono proprio filato di pezza, erano pure rimasti in tre perdendo per strada quello che d’istinto mi sembrava il più simpatico e poi, santo cielo, ero stato a Londra e avevo scoperto Banksy, e questi qui Banksy lo avevano in copertina, nononnò, l’avevo scoperto io (sì certo), era roba mia, non dei Blur.

A ogni modo, quello che mi stava d’istinto più simpatico è quello che poi ha fatto almeno due dischi di cui, a prescindere dai Blur, mi sono innamorato perso e grazie ai quali sono rientrato, di sbieco, nella discografia integrale del suo gruppo-mamma, consumandola da vero ascoltatore avido soltanto negli ultimi 4-5 anni.

(Trafila completa: download massiccio di tutto lo scaricabile, heavy rotation diurna e notturna, visti dal vivo l’anno scorso a Milano R, comprato il Box Set, sparato sentenze come se vent’anni fa girassi esclusivamente in Fred Perry, laddove in cima alla mia heavy rotation del 1995 ci sono Pavement e Throwing Muses e probabilmente i Primus).

(Specularmente, l’Indie americano di cui mi ammazzavo vent’anni fa non lo tocco quasi più, mi ha dato troppo e lo ha fatto relativamente a un periodo troppo preciso della mia vita)

(Specularmente, c’è un altro gruppo che nei Novanta mi sono perso totalmente e che oggi amo, alla follia, molto più dei Blur: i Super Furry Animals. Anche loro a un certo punto ho deciso di ascoltarli per bene dopo un disco solista, il primo di Gruff Rhys, ma questa è un’altra lunga storia)

Chiaro che, viste queste premesse, The Magic Whip fosse il primo disco dei Blur per cui mi sono detto “ah, fico, non vedo l’ora che esca”. Ultimamente lo sto ascoltando abbastanza spesso e non lo trovo brutto, anzi.  Trovo che abbia una bella storia da raccontare, e probabilmente la cosa va al di là della musica.  Forse, a voler spaccare il capello in quattro, e se non trovassi un po’ abusata l’idea milleusi di narrazione, direi che a farmi venire voglia di “entrarci”, in questo disco, è il pacchetto completo: l’aneddotica sulle session di registrazione a Hong Kong, i testi ancorati a quel preciso momento e luogo, la mitologia vera, falsa o presunta delle dinamiche relazionali in un gruppo pop (che diciamolo, nel pop ha sempre fatto metà del lavoro), il calibratissimo lancio su tutti i mercati e piattaforme un pezzettino alla volta, il concerto a numero chiuso in differita una tantum su youtube (e conseguente leak dei pezzi nuovi, ma suonati dal vivo), insomma, mi piace che a fronte della polverizzazione estrema del modo in cui circolano la musica e le informazioni sulla musica ci sia ancora in giro dell’ottimo marketing mainstream, fatto dai buoni anziché dagli U2.

Poi, oh, questa oretta di musica con il gelato in copertina il suo senso ce l’ha, per quanto mi riguarda, ed è apparentatissimo agli ultimi dischi solisti di Albarn e Coxon (sì, anche Coxon: A+E ha dentro roba storta, sintetica e ripetitiva come raramente prima; Everyday Robots l’ho ascoltato poco, non ero dell’umore). Qui, fossimo in una recensione istituzionale/ingessata, dovrei dilungarmi sul quid, ma so che tanto l’avete ascoltato già tutti. Mi piacciono in particolare I Thought I Was a SpacemanPyongyang, e pure Ong Ong  che sembra una cazzata e invece trovo struggente, ascoltate bene il testo.

(La bozza era nata come risposta alla recensione di Bastonate, ma i commenti erano chiusi e mi sono impantanato qui)

Appunti su Mac DeMarco visto dal vivo a Milano (Magnolia, 30 novembre 2014)

Partiamo illudendoci che al concerto di Mac DeMarco troveremo giusto quattro gatti. Arrivati al Magnolia facciamo ancora una volta i conti con il nostro isolamento culturale: quello che credevamo un outsider da massimo 100–150 paganti ha riempito il locale, per giunta a 15 euro e la domenica sera. Evidentemente leggiamo i giornali sbagliati, seguiamo i social network sbagliati o le persone sbagliate sui social network, e non abbiamo il polso della situazione. Ma di questo, in fondo, chi se ne frega: è stato un po’ come quando andammo a teatro a vedere Luca Carboni e ci accorgemmo dell’esistenza di un pubblico estraneo alle nostre categorie estetiche, e di un Carboni reale diverso da quello che in anni e anni avevamo mitizzato nel nostro lessico famigliare pop. Continua a leggere “Appunti su Mac DeMarco visto dal vivo a Milano (Magnolia, 30 novembre 2014)”

Il concerto di Luca Carboni (Foto insomma e recensioni che vorrebbero esserlo)

Lunedì sera, 10 febbraio 2014 sono andato a sentire Luca Carboni. O meglio, a vederlo, perché ho scoperto una cosa: quel genere di concerti, i concerti mainstream di certa musica leggera italiana, sono esibizioni nel senso letterale della parola, cioè, l’artista si esibisce, si mostra, e canta normale, con pregi e difetti della sua voce, su basi normali, cioè suonate senza mezza sbavatura – e senza il minimo spazio per l’improvvisazione – da musicisti esperti e competenti.

Non sapevo cosa aspettarmi, lunedì, e tuttora non so quanto e se mi sia piaciuto: da quattro giorni mi ronza in testa che devo scrivere qualcosa del concerto di Luca Carboni, perché erano 25 anni e mezzo che volevo vederlo dal vivo (la prima volta che sperai di poter andare a un suo concerto erano i primi di luglio del 1988, avevo dodici anni e suonava allo stadio comunale di Sant’Angelo Lodigiano, LO, all’epoca ancora MI, ascoltai l’eco di Farfallina quattro chilometri di curve e campi più in là, grazie al vento). Ma da quattro giorni giro intorno alla questione e non so cosa dire: è come se per due ore avessi visto il Festivalbar su uno schermo 3D con ospite unico Luca Carboni. Che ha interpretato un bel repertorio (molte canzoni da Dustin Hoffmann Forever, specie nella prima parte) ma non mi ha dato granché.

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(l’armata rossa)

Il problema è tutto nelle mie aspettative, sbagliate: adoro la musica leggera italiana che ascoltavo da piccolo, un po’ perché è la musica della mia infanzia e preadolescenza, un po’ per meriti oggettivi (e Carboni è uno che ha meriti oggettivi, come Rispetto di Zucchero nonostante quello che è venuto dopo), ma negli anni sono diventato troppo snob e tendente alla mitologia spiccia del mio quotidiano – nel quale Luca Carboni è un eroe celeste che sconvolge il me dodicenne dicendo faremo un mucchio di peccati o parlando di quell’eroina che aveva appena finito di sterminare l’80% dei “grandi” di una generazione e mezzo prima della mia – per capire cosa poteva aspettarmi al Teatro degli Arcimboldi, Milano, il 10 febbraio 2014.

Dal 1987 in poi ho fatto crescere in vitro un’idea di Luca Carboni che è: Buoni i primi due dischi, eccellente il terzo omonimo, ottimo il quarto. Poi basta, giusto il finale de L’amore che cos’è e le strofe di Mi ami davvero e quasi tutto Le Band si sciolgono dignitosissimo ritorno all’eccellenza dopo anni. Carboni, quello con Fisico bestiale e Mare mare, non mi piacque granché all’epoca (a sua discolpa, arrivò nell’estate dei sedici anni in cui scoprii troppe altre cose) e non l’ho mai più rivalutato. E qui casca l’asino, perché il Carboni del 2014 è sì il ragazzo capace di fare un passo di lato rispetto ai vari Dalla & c., ma anche e soprattutto quello che è diventato negli ultimi vent’anni di carriera su trenta, quello che non sempre ha azzeccato i dischi e i pezzi, quello che tutti conoscono per Fisico bestiale e Mare mare (e magari non sanno neanche bene Sarà un uomo che lunedì sera è stato l’unico, vero, intensissimo momento di commozione, per quanto mi riguarda). E abbiamo voglia, noi che crediamo di saperne, a voler salvare il salvabile (per citare Bennato, un altro che dopo un pugno di dischi eccelsi a inizio a carriera ha fatto la fine che ha fatto).

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(grazie a Vale che è rimasta 45 secondi col cellulare puntato per fare la foto alla frase completa)

Quindi: divertente per mettere piede a teatro e ascoltare un Concerto Italiano, toccante per quei 4-5 pezzi su 20 che ha fatto, straniante quando la gente gli urlava VAI LUCA in momenti di assoluta stasi, quasi come a un ciclista in fuga solitaria in una gara non competitiva, o quando tutti si sono alzati perché FINALMENTE IL CONCERTO STAVA FINENDO E SI POTEVA BALLARE.

[Prossimamente: una vera recensione di Luca Carboni + elogio senza un briciolo di ironia o sarcasmo alla grande musica leggera italiana; perché Rispetto di Zucchero è un grandissimo disco; Television a Milano, ovvero il prossimo concerto in cui metterò a dura prova l’idea che mi sono fatto di un gruppo e di un disco che mi coccolo da una vita nella fantasia]

Ultima cosa: Luca parlava tra un pezzo e l’altro, chiudevo gli occhi e mi sembrava di sentire Tiziano Sgarbi.

Tanto per cambiare una (brutta) foto di Ty Segall dal vivo

(Lo-Fi, Milano, 19-12-2012)

C’è una linea che separa lo svago dall’autolesionismo e dalla violenza gratuita, un confine che separa il divertimento tutti appiccicati sotto il palco dalla lotta per la conquista, a spallate, dei Primi Posti: l’altra sera in troppi, nelle prime file, l’hanno oltrepassato. Per il resto bella scaletta, non molto diversa da quelle estive (4 pezzi dal disco nuovo, un paio di ripescaggi niente male), come recensione potrei copiare e incollare questa. “Non c’è due senza tre”.

Il ritorno delle foto approssimative e delle recensioni vecchiettiste: Mombu + Rangda, Milano 12 ottobre 12

Non mi è mai capitato, mai, di addormentarmi a un concerto, ma stavolta ce la stavo facendo. Non ho più il bioritmo da Cox 18 dei bei tempi, quello che ti tiene in piedi anche se esci alle 22.30 e aspetti fino alla una che comincino a suonare. A una cert’ora, il mio corpo ha bisogno di spegnersi, di riposare, non reagisce più agli stimoli e diventa una spugna gonfia di stanchezza. Fine parentesi vecchiettismo: in fondo ho tenuto duro e mi sono addormentato in macchina al ritorno, quasi non mi accorgo neanche della prima stagionale della Nebbia sulle strade del lodigiano.

Chissà se anche i Rangda erano stanchi o debilitati da un bioritmo galeotto (o dal jetlag, non so da quanti giorni fossero in europa): per tutta l’ora scarsa del concerto hanno dato l’idea di essere sì bravissimi ma di viaggiare anche al di sotto delle loro possibilità, un po’ come se il totale di quello che fanno fosse inferiore alla somma delle parti Chasny + Bishop + Corsano. Sai che sono strumentisti eccellenti, conosci i dischi che hanno inciso da solisti o con altre formazioni (a proposito, dice Chasny che con i Six Organs of Admittance – nell’attuale versione pseudo-Comets on Fire – non viene in Italia perché il promoter gli ha detto “o con loro o con i Rangda, vedi tu”), ti aspetti fuoco e fiamme, e invece questi scelgono il senso della misura, l’improvvisazione forsennata ma mai a briglia sciolta oppure la costruzione dell’atmosfera con la timbrica e le sfumature. E rimani un po’ deluso. Un po’ come quando scopri che oltre a imbracciare una impopolarissima Stratocaster (chi la usa più la Strato? è così poco di moda che potrebbe tornare di moda), Ben Chasny-uno-dei-tuoi-chitarristi-preferiti usa come distorsore un BOSS HYPER METAL.

Poi, oh, con Chasny non è neanche la prima volta che non mi va benissimo.

Altro handicap per i Rangda così tranquilli e posati è stato suonare dopo i Mombu. Li avevo già sentiti, non mi avevano fatto impazzire, continuano a non farmi girare la testa (credo di avere già dato, con tutti i concerti degli Zu che mi sono sciroppato con entusiasmo negli Anni Zero) ma aggiungono un pizzico di varietà timbrica in più alla scaletta grazie a due percussionisti africani, che aiutano parecchio nei pezzi arrangiati (tempi dispari, incastri ritmici) e mi sanno un po’ di stucchevole (BONGHISTI AL LEONCAVALLO, e ho detto tutto) quando partono in solitaria. Comunque, una scaletta potentissima e d’impatto, grande risposta del pubblico, e salire sul palco dopo un’ora di violenza afro-percuss-sassofonistica del genere non dev’essere facile per nessuno.

No, una volta mi sono addormentato a un concerto. Ma era a teatro, c’era un bel teporino e i posti erano comodissimi.

Prima tranche della serie di appunti per l’articolo su Ty Segall che non scriverò mai – o, del perché di una fissa

A un certo punto mi scrive l’amica C. e chiede: “Ho sott’occhio tre titoli di Ty Segall, Singles 2008-2010, Goodbye BreadSlaughterhouse. Da quale comincio?”. La mia risposta: “Boh”. Sì, perché se a prima vista Ty Segall è uno che da sempre (da circa 4-5 anni, cioè) fa la stessa cosa, i tre titoli di cui sopra lo immortalano in fasi vicinissime ma ben diverse di una, chiamiamola, traiettoria artistica che ancora non si è compiuta in pieno – o che forse soltanto a lui è chiarissima sin dall’inizio.

Le fasi di Ty Segall, sì: l’approccio one man band dei primi due dischi, Ty SegallHorn the Unicorn, più i vari singoli di contorno. Garage-blues-pop in piena regola, chitarra batteria e poco altro. E poi gli intrallazzi con i Sic Alps e la lo fi-zzazione progressiva di Lemons Melted (a oggi il mio Segall preferito), registrato tutto in distorsione e zeppo ma zeppo di ritornelli. E poi Goodbye Bread, che rallenta il ritmo, impasta il garage rock una specie con Neil Young e John Lennon, ma lo conserva garage rock, e stravince la classifica dei dischi dell’anno 2011 (almeno per me). E di recente Slaughterhouse, il disco con i chitarroni, un dico sicuramente minore (di transizione, dicono i critici) ma non poco importante. Della collaborazione con White Fence non parlo perché non mi piace, è l’unico passaggio a vuoto del turbillon.

Si diceva di Slaughterhouse , su cui sto prendendo appunti mentali da settimane ma che non riesco a inquadrare, forse perché è un disco che non vuole farsi inquadrare, perché è nato dall’urgenza: nel 2011 Segall comincia a suonare dal vivo con una formazione a quattro stabile (Charlie Mootheart l’altro chitarrista, Mikal Cronin al basso, Emily Rose Epstein alla batteria), si gasa tantissimo e 1) irrobustisce il suono del vecchio repertorio portandolo a livello “Mudhoney”; 2) forte del cambio di marcia innesta dosi di rock spaziale e/o hard nel nuovo repertorio; 3) si sente in dovere di registrare qualcosa nel più breve tempo possibile, per non perdere lo slancio. Ne esce un album che soltanto in vinile acquista un senso vero: due dischi da 10″, quattro lati che custodiscono una manciata di originali validi, un paio di cover, un vecchio brano rielaborato, dieci minuti di feedback pretenzioso e inutile, ma sensato come “lato C” da saltare sempre e comunque, una volta capita l’antifona. E il vinile costringe anche a spezzettare l’ascolto, tra un lato e l’altro ci si ferma e si capisce che non è un vero album, Slaughterhouse, ma un punto esclamativo che sancisce il momento di grazia della Ty Segall Band (ehi, siamo in quattro, siamo una banda).

Forse l’ho già scritto: questo (primavera-estate 2012) è il momento perfetto per vedere Ty Segall dal vivo. Ha il repertorio migliore di sempre (da Slaughterhouse solo i pezzi da 90, dal vecchio repertorio le scelte tutto sommato migliori), una band che dopo un anno di concerti suonerebbe così compatta anche bendata e a occhi chiusi, l’esuberanza di chi si è appena impossessato del palcoscenico (dopo una vera gavetta, eh) e vuole condividerlo, mica tenerlo per sé o nascondersi dietro lo status di star.

L’impressione che ho avuto dal paio di incontri con Segall è proprio che lui e i suoi amici si divertano come matti a suonare, senza flirtare con gli aspetti più equivoci e fangosi del rock and roll, ché di “maledetti” ne abbiamo avuti abbastanza (in questo mi piacerebbe che Jay Reatard fosse ancora vivo, lui e Ty sarebbero l’uno il perfetto alter ego dell’altro), senza costumi di scena (al di là dell’aspetto casual-hipster corretto grunge figlio dei tempi, niente a che vedere con la correttezza filologica dei nostalgici da raduno Sixties, malgrado la musica di Segall venga proprio dai Sessanta), con allegria ma senza distacco ironico, senza retorica dell’antiretorica, senza canzoni in tonalità minore.

(Non ho un giorno da perdere per verificare con le mie orecchie, ma sono convinto che la stragrande maggioranza dei pezzi di Ty Segall sia in tonalità maggiore. Cioè, all’orecchio è un costante “tutto bene, tutto a posto, sono qui, andiamo dritti al sodo, alziamo il volume, diamoci dentro”. Lenti, praticamente nessuno, se ci sono sono pastoni psichedelici, non certo ballads).

Nelle prossime puntate: Segall/Cronin come Lennon/McCartney, perché la progressione Cobain -> Reatard -> Segall è sbagliata, appunti sull’incatalogabilità.

Teste piene ossa intere: Ty Segall Band, Bologna, 25/07/12

(volti nuovi del rock)

Ho sempre desiderato vedere gli Hawkwind, Jay Reatard e i Mudhoney sullo stesso palco, compressi in un’oretta di concerto. Ah, sto parlando di Ty Segall, e del fatto che non è più roba da puristi del garage, e non ancora (spero che non lo diventi mai) da revivalisti del fuzz anni Novanta. Credo che Segall si trovi, in questo momento, in uno stato di grazia che gli permette di infilare nella stessa scaletta tutte le idee su cui ha imperniato fasi diverse della sua carriera (il garage, il pop sgangherato, la psichedelia retrò senza orpelli da vecchi muffosi) con un tiro, un’energia, una coerenza e una grana originale di fondo che ho visto poche altre volte così da vicino. E quando dico vicino intendo “facendo a spallate in prima fila per non perdere la posizione”. Ecco, credo che per un bel po’ di tempo – e intendo anni – assocerò l’idea di “rock” al concerto di Ty Segall, anzi, della Ty Segall Band, a Bologna.

Inserire qui una serie di luoghi comuni sulle proprietà catartiche del rock – declinate nel senso di ‘empatia-o-qualcosa-del-genere con gli altri fan come te e con il gruppo che suona, mica adorazione del santino sul palco’ e una meditazione sul tema  ‘finché girano gruppi giovani con le chitarre come questo c’è ancora speranza’. Chiudere con commento sarcastico a caso.

E per un resoconto più ragionato su Ty Segall, i suoi dischi e i suoi concerti italiani, arrivederci alla prossima puntata di “Piccoli fans”.

Retorico, quasi nostalgico, ma glielo dovevo: Tindersticks, Villa Arconati, 24/07/12

Ah, se me le ricordo, le serate a teatro in quarta o quinta superiore.

Ma no, non ricordo un tubo, se non che dal teatro, se era abbastanza in centro, e di solito lo era, sgattaiolavamo prima dello spettacolo verso Piazza del Duomo a curiosare dentro il Virgin Megastore, quel posto pieno di dischi e merchandising dove si andava, nei periodi di buona e di mance in tasca, soltanto il sabato pomeriggio. Sì, doveva essere la quarta superiore, se non avevamo la patente, quindi il ’93 o il ’94, anche perché la sera che comprai il Primo Omonimo dei Tindersticks quel disco era anche l’unico che avessero mai inciso, di cui avevo letto misteriose recensioni l’estate prima su un qualche periodico inglese (poi anche su Rumore) e ascoltato qualche estratto su Stereonotte.

Per me quel disco rimane a tutt’oggi il miglior album dei Tindersticks – per le canzoni che contiene, per com’è registrato (tutto sommato male, ma erano gli anni del lo fi), per l’aura magica che ricordi vecchi di quasi vent’anni non possono non avere – ma questo non vuol dire che dopo non abbiano fatto niente di buono, anzi: negli anni si sono smontati e rimontati, si sono baloccati con le orchestre, i suoni acustici e spartani, il soul, senza mai una caduta di tono o di stile. Non ne vado più così pazzo, dal mio cuoricino non sono più usciti e  non li avevo mai sentiti dal vivo: almeno una presenza gliela dovevo.

E ieri sera sono stati impeccabili, pure troppo: a parte questa (dal primo omonimocome incipit strappacore, un’ora abbondante passata in un attimo e giustamente incentrata sull’ultimo album: sono passati vent’anni, lasciateci fare quello che facciamo adesso, e urlate “City Sickness!” prima dei bis quanto vi pare. Per il resto, suoni perfetti, pubblico composto, una sezione ritmica che vorrei tutte le mattine sotto le finestre di casa a suonarmi la sveglia, automatismi robotizzati dei due roadie durante i cambi di strumentazione: spostavano, ricevevano, consegnavano, spegnevano, accendevano, accordavano, correggevano con una precisione da trapezisti.

Un po’ da stronzi la birra (una bionda qualsiasi, 40 cl nel bicchiere di plastica) a cinque euro.