Return of the son of foto a cazzo e concerti così

Niente, solo per bullarmi degli oltre 500 km fatti in serata, tra andata e ritorno, per vedere i Fuzz a Marina di Ravenna: catalogare alla voce ma sì, è estate, facciamolo.

fuzzhanabi

Anche perché del mio fanatismo di vecchia data per Ty Segall avevo già detto qui e qui, in un’estate che fu teatro di un’altra trasferta-allnighter simile (Venezia e ritorno). Quindi a rivederlo ci tenevo, anche se i Fuzz sono forse la cosa meno interessante di Ty Segall negli ultimi anni. Belli piantati su una mattonella Blue Cheer/Black Sabbath, quindi totalmente disinteressati a sembrare originali, ma con una brama di SUONARE assoluta e il volume giusto per trapanarti i timpani mentre fai sì con la testa a ritmo e controlli che il camion che viaggia a 160 sul palco non ti investa per davvero. Pieno di gente presumibilmente convertita alla musica pesa grazie alla fama di Ty nel campo delle canzonette, grande entusiasmo, non roba da puristi (e meno male), ma pazienza. Va dritto nella top ten de “Il disco manco lo scarico ma dal vivo gratis al mare vale la pena”.

Ottimi i due tipi al mio fianco a lato palco, che mi hanno molto abbracciato/preso a spallate nei momenti più camion.

[Tipi, durante una pausa tra un pezzo e l’altro] Daghe!!!
[Ty o il bassista, non ricordo, mentre decidono che pezzo suonare] Yeah!
[Tipi] No Yeah, DAGHE!!!

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Billy Ficca e il sabato del villaggio

Era ovvio che non ci si potesse aspettare di vederli giovani e belli come quarant’anni fa, i Television, ma è stato bello crederci fino a un secondo dalla loro entrata in scena. Comprare il biglietto per un concerto del genere è un Sabato del villaggio che può durare anche mesi, prima dell’istante in cui davvero ti rendi conto dell’età che hanno nel mondo reale i tuoi beniamini e del fatto che presumibilmente due su quattro lo stanno facendo soltanto (non “soprattutto”, come gli altri due) per i soldi e per saldare un credito di visibilità e applausi rimasto in sospeso dal 1978 (sì, come i Velvet Underground quando si riformarono nel ’93). Continua a leggere “Billy Ficca e il sabato del villaggio”

Tanto per cambiare una (brutta) foto di Ty Segall dal vivo

(Lo-Fi, Milano, 19-12-2012)

C’è una linea che separa lo svago dall’autolesionismo e dalla violenza gratuita, un confine che separa il divertimento tutti appiccicati sotto il palco dalla lotta per la conquista, a spallate, dei Primi Posti: l’altra sera in troppi, nelle prime file, l’hanno oltrepassato. Per il resto bella scaletta, non molto diversa da quelle estive (4 pezzi dal disco nuovo, un paio di ripescaggi niente male), come recensione potrei copiare e incollare questa. “Non c’è due senza tre”.

Prima tranche della serie di appunti per l’articolo su Ty Segall che non scriverò mai – o, del perché di una fissa

A un certo punto mi scrive l’amica C. e chiede: “Ho sott’occhio tre titoli di Ty Segall, Singles 2008-2010, Goodbye BreadSlaughterhouse. Da quale comincio?”. La mia risposta: “Boh”. Sì, perché se a prima vista Ty Segall è uno che da sempre (da circa 4-5 anni, cioè) fa la stessa cosa, i tre titoli di cui sopra lo immortalano in fasi vicinissime ma ben diverse di una, chiamiamola, traiettoria artistica che ancora non si è compiuta in pieno – o che forse soltanto a lui è chiarissima sin dall’inizio.

Le fasi di Ty Segall, sì: l’approccio one man band dei primi due dischi, Ty SegallHorn the Unicorn, più i vari singoli di contorno. Garage-blues-pop in piena regola, chitarra batteria e poco altro. E poi gli intrallazzi con i Sic Alps e la lo fi-zzazione progressiva di Lemons Melted (a oggi il mio Segall preferito), registrato tutto in distorsione e zeppo ma zeppo di ritornelli. E poi Goodbye Bread, che rallenta il ritmo, impasta il garage rock una specie con Neil Young e John Lennon, ma lo conserva garage rock, e stravince la classifica dei dischi dell’anno 2011 (almeno per me). E di recente Slaughterhouse, il disco con i chitarroni, un dico sicuramente minore (di transizione, dicono i critici) ma non poco importante. Della collaborazione con White Fence non parlo perché non mi piace, è l’unico passaggio a vuoto del turbillon.

Si diceva di Slaughterhouse , su cui sto prendendo appunti mentali da settimane ma che non riesco a inquadrare, forse perché è un disco che non vuole farsi inquadrare, perché è nato dall’urgenza: nel 2011 Segall comincia a suonare dal vivo con una formazione a quattro stabile (Charlie Mootheart l’altro chitarrista, Mikal Cronin al basso, Emily Rose Epstein alla batteria), si gasa tantissimo e 1) irrobustisce il suono del vecchio repertorio portandolo a livello “Mudhoney”; 2) forte del cambio di marcia innesta dosi di rock spaziale e/o hard nel nuovo repertorio; 3) si sente in dovere di registrare qualcosa nel più breve tempo possibile, per non perdere lo slancio. Ne esce un album che soltanto in vinile acquista un senso vero: due dischi da 10″, quattro lati che custodiscono una manciata di originali validi, un paio di cover, un vecchio brano rielaborato, dieci minuti di feedback pretenzioso e inutile, ma sensato come “lato C” da saltare sempre e comunque, una volta capita l’antifona. E il vinile costringe anche a spezzettare l’ascolto, tra un lato e l’altro ci si ferma e si capisce che non è un vero album, Slaughterhouse, ma un punto esclamativo che sancisce il momento di grazia della Ty Segall Band (ehi, siamo in quattro, siamo una banda).

Forse l’ho già scritto: questo (primavera-estate 2012) è il momento perfetto per vedere Ty Segall dal vivo. Ha il repertorio migliore di sempre (da Slaughterhouse solo i pezzi da 90, dal vecchio repertorio le scelte tutto sommato migliori), una band che dopo un anno di concerti suonerebbe così compatta anche bendata e a occhi chiusi, l’esuberanza di chi si è appena impossessato del palcoscenico (dopo una vera gavetta, eh) e vuole condividerlo, mica tenerlo per sé o nascondersi dietro lo status di star.

L’impressione che ho avuto dal paio di incontri con Segall è proprio che lui e i suoi amici si divertano come matti a suonare, senza flirtare con gli aspetti più equivoci e fangosi del rock and roll, ché di “maledetti” ne abbiamo avuti abbastanza (in questo mi piacerebbe che Jay Reatard fosse ancora vivo, lui e Ty sarebbero l’uno il perfetto alter ego dell’altro), senza costumi di scena (al di là dell’aspetto casual-hipster corretto grunge figlio dei tempi, niente a che vedere con la correttezza filologica dei nostalgici da raduno Sixties, malgrado la musica di Segall venga proprio dai Sessanta), con allegria ma senza distacco ironico, senza retorica dell’antiretorica, senza canzoni in tonalità minore.

(Non ho un giorno da perdere per verificare con le mie orecchie, ma sono convinto che la stragrande maggioranza dei pezzi di Ty Segall sia in tonalità maggiore. Cioè, all’orecchio è un costante “tutto bene, tutto a posto, sono qui, andiamo dritti al sodo, alziamo il volume, diamoci dentro”. Lenti, praticamente nessuno, se ci sono sono pastoni psichedelici, non certo ballads).

Nelle prossime puntate: Segall/Cronin come Lennon/McCartney, perché la progressione Cobain -> Reatard -> Segall è sbagliata, appunti sull’incatalogabilità.

Passavo da Marghera e già che c’ero ho fatto due foto

Perché per tiro della band, eterogeneità del repertorio e dimensioni relativamente contenute del “fenomeno” (prima o poi se ne accorgerà anche la stampa musicale patinata) era il momento migliore per vedere Ty Segall in azione. Buone ferie.

Teste piene ossa intere: Ty Segall Band, Bologna, 25/07/12

(volti nuovi del rock)

Ho sempre desiderato vedere gli Hawkwind, Jay Reatard e i Mudhoney sullo stesso palco, compressi in un’oretta di concerto. Ah, sto parlando di Ty Segall, e del fatto che non è più roba da puristi del garage, e non ancora (spero che non lo diventi mai) da revivalisti del fuzz anni Novanta. Credo che Segall si trovi, in questo momento, in uno stato di grazia che gli permette di infilare nella stessa scaletta tutte le idee su cui ha imperniato fasi diverse della sua carriera (il garage, il pop sgangherato, la psichedelia retrò senza orpelli da vecchi muffosi) con un tiro, un’energia, una coerenza e una grana originale di fondo che ho visto poche altre volte così da vicino. E quando dico vicino intendo “facendo a spallate in prima fila per non perdere la posizione”. Ecco, credo che per un bel po’ di tempo – e intendo anni – assocerò l’idea di “rock” al concerto di Ty Segall, anzi, della Ty Segall Band, a Bologna.

Inserire qui una serie di luoghi comuni sulle proprietà catartiche del rock – declinate nel senso di ‘empatia-o-qualcosa-del-genere con gli altri fan come te e con il gruppo che suona, mica adorazione del santino sul palco’ e una meditazione sul tema  ‘finché girano gruppi giovani con le chitarre come questo c’è ancora speranza’. Chiudere con commento sarcastico a caso.

E per un resoconto più ragionato su Ty Segall, i suoi dischi e i suoi concerti italiani, arrivederci alla prossima puntata di “Piccoli fans”.

Il disco dell’anno

Nel 2011 mi sono innamorato di Ty Segall. È una specie di surfista gonfio, è giovane e biondo, centra due ritornelli ogni tre canzoni che scrive, fa una specie di revival pop sgangherato anni novanta per chi ci tiene al revival (io no) lo irrobustisce con corpose dosi di garage sconosciute a tanti esponenti del lo fi di due decenni fa, suona musica allegra da finestrini abbassati e quando si fa cupo si inzuppa di psichedelia cialtrona. Nel 2010 aveva pubblicato “Melted”, che è la sintesi perfetta di tutto questo, nel 2011 ha sfoderato “Goodbye Bread” che è: il disco che Liam Gallagher ucciderebbe pur di saper scrivere; Neil Young senza menate; tre ore e mezza in cantina a berciare, prima o poi uscirà qualcosa di buono; il trionfo del quattro tracce su GarageBand; California über alles; la punta di diamante della canzonetta (vedi anche alla voce Mikal Cronin, Sic Alps, Thee Oh Sees e compagnia bella).